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AMORE, LAVORO E ALTRI MITI DA SFATARE

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L’ultimo disco dello Stato Sociale è insopportabile, banale, brutto e musicalmente un miscuglio di tante cose messe a caso che formano un niente assoluto.

Parliamoci chiaro, la forza dello Stato Sociale era stata quella di essere in quel preciso momento storico/musicale un qualcosa di fuori dal comune, fuori dagli schemi e completamente cazzuto. Dischi come L’Italia peggiore ma sopratutto Turisti della democrazia un senso ce l’avevano, ed hanno avuto il merito di essere i primi a dar voce ad una generazione di insoddisfatti, depressi e le solite robe.  

Ora, con questo disco, Lodo, Albi e Bebo fanno un enorme passo indietro e, forse, mettono in luce la loro vera natura: la banalità.

Il disco si apre con delle tastierine che fanno da base a Sessanta milioni di partiti, canzone che più l’ascolto più non ne capisco il senso. Vi prego aiutatemi, una sequenza di frasi ad effetto messe assieme completamente a caso. Una volta sentito il “ooh ooh ooh” finale ho subito dato un occhio per vedere quante tracce mancavano alla fine e ho avuto un cedimento stile Fantozzi.

Il brano dopo segue esattamente lo stesso filone dell’opening track, forse qui il contenuto è più chiaro ma fa invidia alla peggior fiction rosa della Rai: 

“Ti va se dopo la partita Facciamo l’amore, O quando ho un po’ di tempo Cuciniamo una torta e la mangiamo da nudi, Ma solo se ti va”

Vabbè proseguo, Quasi liberi parla di amori non corrisposti (credo) e del “non cambiare” e poi della voglia di bruciare, voglia che è venuta pure a me mentre l’ascoltavo. Buona Sfortuna (che presto diventerà inno delle ragazzine) è la più classica delle canzoni estive in stile Jovanotti, Cremonini (livello terza media però). Ok, siamo alla quarta canzone e già mi sanguinano le orecchie per la miriade di niente che ho dovuto ascoltare e, proseguendo, il disco non migliora di un millimetro.

Mai stati meglio e Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show sono terribilmente fastidiose e di una banalità sconcertante. Quest’ultima vuole essere un attacco verso tutto e tutti: il sistema musicale, i cantanti e… poi boh, pure qui non si capisce molto. Per quanto saremo lontani sembra la brutta copia di Costa Rica degli Ex – Otago con melodie che ricordano i Belle & Sebastian (perdonami sacra divinità della musica per averli citati in questa recensione). 

Vorrei essere una canzone è la lagna smielata finale che chiude il tutto.

Amore, lavoro e altri miti da sfatare è un disco orripilante per gente mediocre che vuole cose facili e immediate in cui ritrovarsi, non mi stupisco che stia facendo così tanto successo.

 

 

Mario

Laureato in economia, ma ciò che amo veramente è la musica e provo anche a scriverci qualcosa. “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie“ Follow @guerci_mario

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