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BOXER

4.5 9

Sarà stato fine 2012, una mia amica mi dice: “ascoltati queste canzoni, ti potrebbero piacere…il gruppo si chiama The National, sono bravi e abbastanza nuovi“. Io rispondo: “certo, grazie! Li ascolterò di sicuro“. Ma in realtà pensavo: “non li ascolterò mai, faranno cagare; sarà la solita band di adesso. Io so già tutto“.

Per fortuna non andò così, li ascoltai e riascoltai, comprai il cd che conteneva la canzone che più mi trascinò in questa nuova avventura e ora sono qua a scrivere di loro. La storia di questa band ha inizio con un trasferimento, cinque ragazzi, tutti originari di Cincinnati, tutti sui venticinque e poco più, si ritrovano nella grande mela; smarriti nella frenesia di una metropoli che non dorme mai. Chi per studio, chi per lavoro, chi alla ricerca delle propria vocazione, ma uniti da una passione comune: la musica.

The National
The National

Matt Berninger, i gemelli Aaron (polistrumentista: basso, chitarra, piano, batteria) e Bryce Dessner (chitarrista) e i fratelli Scott (basso e chitarra) e Bryan Devendorf (batteria). Già ai tempi di Cincinnati avevano avuto occasione di suonare qualcosa assieme, ma poco convinti, era poco più di un passatempo. Ma ora sono lontani da casa e dalle rive dell’Ohio, forse per rimanere uniti e per non essere schiacciati dalla frenesia sub-urbana, i sei ragazzi iniziano a prenderci gusto, si vedono con più frequenza e giorno dopo giorno si perfezionano sia dal punto di vista musicale che lirico.

La svolta si ha nel 2001 con l’uscita del loro primo lavoro The National, ed è solo l’inizio di un grande successo che vede il culmine nell’album che andrò fra poco a trattare: Boxer. Ho trovato in questo gruppo qualcosa di nuovo, ma non nuovo dal punto di vista musicale; ma una novità nel saper mettere assieme musica e stili; perchè in effetti c’è un po’ di tutto: si va da un classico indie-rock a melodie puramente acustiche, poi vi è del vero post-punk con sfumature dark. Tutto questo è tenuto assieme in maniera perfetta dalla voce baritona di Matt Berninger, la descriverei in questo modo: rassegnata ma speranzosa, fredda ma dolce, profonda ma vicina all’ascoltatore. Un po’ lo Ian Curtis dei giorni nostri, ma molto più melodico e senza dubbio meno disperato.

L’altro fattore che mi ha fatto letteralmente innamorare di questa band è la strumentalità; le canzoni non sono mai banali dal punto di vista musicale, il pianoforte fa da padrone, la batteria sembra quasi elettronica da quanto riesce ad essere secca e glaciale, ed infine i fiati. La tromba che accompagna tutto l’album è l’eccezionalità che cercavo, quel qualcosa in più che mi ha svegliato dal torpore. Ed è proprio il brano d’apertura che ha fatto breccia, un pianoforte nostalgico che viene preso per mano dal baritono triste che canta di un impero fasullo in cui vogliamo rifugiarci per scappare dalla realtà. Ma siamo mezzi svegli in questo Fake Empire e dobbiamo quindi destarci e reagire, affrontare le paure e le sofferenze della realtà, perchè c’è del bello, basta solo saperlo guardare. Il brano si conclude con un crescendo di batteria e piano che trova nell’assolo finale di tromba la sua completezza.

Green Gloves è costruita sugli intrecci vertiginosi tra tastiere e chitarre, intima, introspettiva e malinconica. Il testo sembra parlare di amici lontani, di alcool e di un certo atteggiamento perverso del personaggio che entra nell’intimità degli altri, ne guarda le videocassette e s’impadronisce dei loro amori:

“…Entro nei loro vestiti Con i miei guanti verdi, Guardo le loro videocassette, Sulle loro sedie. Entro nei loro letti Con i miei guanti verdi, Entro nelle loro teste, Amo i loro amori…”

Non ci si fa in tempo a riprendersi da questo senso di inquietudine ed angoscia che subito dopo ci si imbatte in una canzone tanto bella quanto disarmante: Slow Show. Le triste e spietate parole poggiano su di un tappeto ricamato da una fisarmonica, archi e corni. Il testo parla di una ragazza sognata ed immaginata da ventinove anni e finalmente incontrata. Ma non c’è felicità, viene messo in scena un lento e silenzioso spettacolo per farla crollare.

“…Ho commesso un errore nella mia vita quest’oggi, Tutto ciò che amo è andato perso nei cassetti. Voglio ricominciare, voglio essere vincente, Proprio fuori sincronismo fin dall’inizio.

Spettacolare il cambio di ritmo che introduce il ritornello.

“Voglio tornare in fretta a casa da te, Mettere in scena un lento, silenzioso spettacolo per te E farti crollare. Cosicché potrai porre un nastro azzurro sulla mia testa, Dio, sono molto, molto spaventato. Esagererò….”

Start A War è un pezzo decisamente cantatutorale, costruito su quell’ipnotico e mai stancante sottofondo d’archi e giro di chitarra di derivazione country. Molto bello il crescendo finale di archi e batteria che traduce in maniera sublime lo stato d’animo del cantante.

Ho sottolineato i brani a mio parere più belli e significativi, ma il resto dell’album non è da meno; non vi è un pezzo fuori luogo. L’intero album è cucito assieme in maniera sopraffina, nulla stona e nulla manca. Non mancano brani più duri e crudi come Mistaken For Stranger & Apartment Story ( sembra di ascoltare i Joy Division) ma si possono incontrare pezzi puramente melodici come ADA & l’introspettiva Gospel.

Ascoltare Boxer è stato come fare una lunga camminata notturna, in solitudine, percorrendo strade buie e desolate. L’essere spettatori di un mondo fasullo e crudele fatto di storie d’amore non corrisposte, di personaggi inquietanti e disperati. Ascoltare Boxer mi ha portato in appartamenti in rovina e in quartieri dove il tempo scorre lento ed inesorabile, ho visto visi spenti ed occhi vacui, ho sofferto e pianto.  

Il mio viaggio è terminato. Se siete abbastanza forti vi consiglio di farlo, ascoltate e camminate. 

Scelte da noi per voi: Fake Empire, Slow Show, Start A War.

 

 

Mario

Laureato in economia, ma ciò che amo veramente è la musica e provo anche a scriverci qualcosa. “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie“ Follow @guerci_mario

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