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OMAGGIO A “LIGHTBULB SUN” (Porcupine Tree)

4.25 8.5

In occasione dell’uscita di To the bone, l’ultimo album di Steven Wilson (nonché una delle migliori uscite discografiche dell’anno passato), mi è tornato in mente quando, col nostro Samuele, sono andato a sentirlo all’Alcatraz di Milano (in occasione dell’uscita di Grace for drowning) e ho ripreso in mano i vecchi dischi dei Porcupine Tree, il primo interessantissimo progetto di quest’ultimo, dato che era lui il compositore di tutti i loro brani (era, addirittura, l’unico membro della “band”, nei primi dischi).
Passando dalle atmosfere psichedeliche dei primi lavori in studio (On the Sunday of life e Up the downstair), mi sono inebriato delle grandi atmosfere progressive e senza confini di The sky moves sideway, per giungere alle sperimentazioni beatlesiane di Lightbulb sun (il mio preferito) e infine alle cupe e pesanti sonorità di In absentia o Signify.

C’è chi diventa ideologico quando si parla di Steven Wilson, essendo lui uno dei pochi autorevoli alfieri della nuova scuola progressive-rock, tanto da considerare in modo aprioristico ogni suo album un capolavoro e ogni suo respiro oro colato. Io ho ricominciato ad apprezzarlo veramente solo di recente, in seguito all’ascolto, quasi casuale, di una manciata di brani da Lightbulb sun… e luce fu!
Il suo aspetto da nerd contrastava nettamente con l’idea di frontman virile e istrionico che avevo sempre avuto. Questo indubbiamente ha ritardato la mia infatuazione. Inoltre mi rendo conto che al tempo dell’uscita dei migliori lavori dei Porcupine Tree, io mi dilettavo con ben altri generi musicali…

Per omaggiare degnamente questo album bisognerebbe ascoltarlo per intero: prendersi un bel pomeriggio e immergersi in ogni sua sfumatura, fino a rendersi conto di quanto ricco e variopinto sia il ventaglio di possibilità espressive che la band inglese era in grado di padroneggiare. Se volessimo definire questo disco a partire da un suo illustrissimo archetipo, potremmo definirlo il “White Album” dei Porcupine Tree.
Tuttavia, non potendo né volendo dilungarmi all’infinito, ho selezionato quattro canzoni, che a mio avviso rendono bene l’idea di quanto ho appena affermato: la title-track, i due singoli che furono estratti per promuoverlo e la maestosa suite finale.

– LIGHTBULB SUN
È la traccia d’apertura: il biglietto da visita. Si tratta di una storia di malattia, che costringe il protagonista a immergersi nel torpore delle coperte e a stare come in una bolla, in una sorta di “confortably numb”. Eppure, a differenza della canzone floydiana, vi è un riff quasi violento che esplode dopo la mollezza delle strofe, come a sottolineare la volontà di tornare a vivere tra gli uomini: “My head beats a better way /
Tomorrow a better day”.

– FOUR CHORDS THAT MADE A MILLION
Canzone dalla costruzione “pachelbelliana”, che parte da un riff semplice, di quattro accordi, appunto, per giungere a una struttura raffinata e complessa. Dietro al titolo e al testo sta una feroce critica all’industria musicale che spreme oro da band che, il più delle volte, non sono tecnicamente meritevoli di successo, per poi gettarli via con cinismo. A loro Steven Wilson si rivolge dicendo: “And I have tried and I have died / Trying to get through / But in the end I can’t defend you”.

– SHESMOVEDON
Il secondo singolo tratto da Lightbulb sun è una meraviglia. L’argomento è la fine di una storia d’amore: lei è riuscita a farsene una ragione e a superare la cosa, lui un po’meno. Il tono risentito e rancoroso del testo è espresso meravigliosamente dal giro di accordi cupo e ossessivo delle strofe (la seconda verrà addirittura cantata con voce distorta). Nel ritornello, invece, assistiamo a un’apertura della melodia, che comunque resta nostalgica e malinconica, in uno di quei netti contrasti che costituivano la cifra stilistica della band britannica.

Ascoltate, già che ci siete, anche The rest will flow, per rendervi conto della loro versatilità: infatti in questo secondo brano l’atmosfera è ben diversa…

– RUSSIA ON ICE
Ed eccoci alla suite finale! Per i fan duri e puri del rock progressivo una canzone che duri meno di dieci minuti è solo un riscaldamento… In questa canzone di 13.30 minuti si sente chiaramente tutta la loro ammirazione nei confronti dei Pink Floyd (agli inizi rinnegata, forse per evitare di sostenere un confronto difficile e frustrante). L’argomento è l’alcol e l’amore: due cose difficilmente conciliabili, e infatti lui viene lasciato solo ad annegare se stesso nella vodka. Dalle sonorità piene di echi in stile Shine on you crazy diamond passiamo a un funky-rock che diventa quasi metal in un crescendo che però non si conclude, lasciandoci in fondo un sapore amaro in bocca, ma tanta soddisfazione per le orecchie!

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Brian

Amo mangiare, bere, dormire e... Cosa mi distingue da un grosso orso? Pochi peli e l'amore per la musica. Genere preferito? Femminile, naturalmente! PS: sono marito, padre e professore, ma questa è un'altra storia...

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