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PETER GABRIEL 1: CAR

4.5 9

Il mio approccio alla musica di Peter Gabriel (solista) è stato abbastanza tardivo.

Era il mio primo anno di Università e, come spesso accadeva, ci si trovava per guardare un film da qualche parte. Quella sera guardammo uno dei film più angoscianti che mi ricordi:” Vanilla Sky”. Non mi vergogno nel dire che alcuni degli artisti che conosco li ho scoperti tramite colonne sonore di film. Comunque, torniamo a “Vanilla Sky”. Tornato in appartamento non riuscivo a togliermi dalla testa una melodia che avevo sentito durante il film, cercai la colonna sonora finchè non trovai quello che stavo cercando: “Solsbury Hill”. Quella notte penso di averla ascoltata almeno 100 volte.

Non voglio soffermarmi troppo sulla vita di Peter Gabriel (sarebbe troppo lungo e complicato cercare di descrivere in poche parole una personalità così complessa ed eclettica), vi basti sapere che fu il fondatore di quella band chiamata Genesis, considerata da molti una delle band più innovative della storia del rock.

Peter Gabriel con uno dei suoi travestimenti live

Inquadriamo il periodo storico. Siamo alla fine degli anni settanta, periodo di massima espressione del rock progressivo, il concetto di musica diventa più complesso e lo scopo del progressive è quello di dare alla musica una forma di estetismo e renderla una vera e propria opera d’arte.
È in questo periodo che Peter Gabriel decide di lasciare i Genesis. L’abbandono del gruppo da parte di Gabriel penso sia stato il risultato di più fattori: i Genesis fino a quel momento avevano operato come un collettivo, ma nell’ultimo periodo la figura di Gabriel stava diventando troppo dominante. La stampa lo considerava l’ unica figura creativa del gruppo, e durante l’ultimo album l’influenza dell’artista aveva preso il completo sopravvento sulla stesura dei testi, lasciando da parte il resto della band. La malattia della prima figlia fu il punto di non ritorno, siamo nel 1975 e Peter Gabriel lascia i Genesis.

Questo tipo di rottura mi ricorda molto ciò che accadde tra Roger Waters e i Pink Floyd, prima o poi avrò occasione di raccontarvi.
Allora arriviamo all’album. Dopo due anni di buio totale, Peter Gabriel torna al mondo musicale pubblicando il suo primo album da solista. Fa strano come i primi quattro album del musicista inglese siano senza titolo, ma chiamati rispettivamente “Peter Gabriel 1,2,3” e “4”. Sembra quasi che voglia distaccarsi del tutto dall’appariscente eccentricità dei Genesis e sottolineare il nuovo modo di concepirsi, malinconico e solitario.
È proprio di “Peter Gabriel 1” che voglio raccontarvi. Di certo non l’album più famoso e apprezzato dai fan, ma quello che a me ha trasmesso più di tutti la forza e la genialità dell’artista.

Peter Gabriel lascia i Genesis

Il disco è composto da nove tracce, per non dilungarmi troppo ho deciso di approfondire quelle per me più interessanti e tralasciare le altre. Accenno solo alla prima traccia, una specie di opera medievale riguardante un morbo che colpisce un piccolo borgo. Il tutto veduto da un Borgomastro allucinato. C’è da dire però che la musicalità, i cori possenti e il cambio di tonalità di Gabriel sono geniali nel ricreare l’atmosfera e la fatalità del tema. Quando l’ascolto vengo catapultato nell’atmosfera quasi occulta e mistica di quel periodo. Canzone strana e chiaro rimando alle sonorità dei primi Genesis. Subito dopo questa stramberia viene sparata come un missile la canzone centrale dell’album e a mio parere la canzone della svolta per Gabriel.
La canzone parla appunto di “Solsbury Hill”, un monticello nei pressi di Bath, vicino alla casa dell’artista. A mio modesto parere il brano rappresenta il punto di rinascita per Gabriel, il tema del ritorno a casa, l’abbandono della vita precedente, una vita di routine dove si sente parte di un macchinario. Queste cose vengono gridate, ma il timbro di Peter è sereno, vi sono quasi entusiasmo e felicità nella voce.
La canzone è strutturata tutta su di un unico arpeggio, chitarra, pianoforte e batteria incalzante. Potrebbe stufare, ma non lo fa! Ti prende, ti trasporta veramente tra le colline o i luoghi di casa tua. Quando Gabriel canta: “arrampicandomi sulla collina di Solsbury potevo vedere le luci della città il vento soffiava, il tempo era sospeso e l’aquila volava fuori dalla notte” in un attimo si è catapultati in quel luogo, nei nostri luoghi.

La parte centrale del brano parla dell’incertezza e del timore che Gabriel ha nel tagliare i rapporti con la vita precedente, dove è vero che si sente parte di uno scenario, ma d’altro canto è tutto sicuro. Il successo è raggiunto, la fama, il denaro. Alla fine l’artista decide di rischiare, giocarsi tutto e ricominciare da zero. È qua che sente il cuore esplodere a tempo di batteria, e questo misterioso LUI lo chiama dicendo: “raccogli le tue cose, sono venuto a portarti a casa”.

Si possono dare mille interpretazioni a questo LUI; una divinità strana, un caro amico, Dio… per me l’importante è che ci sia un altro che ci chiama e ci riporta a casa, Peter Gabriel da solo non ce l’avrebbe fatta.

La canzone si chiude con la definitiva rivelazione di un altro se stesso:

“I will show another me today I don’t need a replacement I’ll tell them what the smile on my face meant my heart going boom boom boom “Hey” I said “You can keep my things, they’ve come to take me home”

“Io rivelerò un altro me stesso, oggi non ho bisogno di sostituti dirò loro che cosa significava il sorriso sul mio volto sentivo il mio cuore esplodere”

Alla fine è Peter Gabriel stesso che dice: sono venuti a portarmi a casa!

Solsbury Hill

Abbiamo Modern Love, un brano rockeggiante basato su di riff di chitarra duro e tagliente. In tutta sincerità mi ricorda vagamente il giovane Bruce Springsteen. Il brano è a sfondo sessuale e vi sono una serie di arditi sinonimi per gli organi sessuali maschile e femminile. Ve ne elenco qualcuno perché mi fanno parecchio ridere: ombrello, flauto per lui; poi abbiamo lavatrice, freezer e addirittura ostrica per lei.
Excuse Me sembra una canzone da spettacolino americano anni ’20, con tanto di benjo, coretti a cappella e basso – tuba. Niente di che.

Homdrum è una canzone molto cupa e triste. Per niente facile da capire. Il ritmo è lento fino a metà dove il cantante cambia tonalità e il ritmo diventa quasi epico e trionfale, vi sono ancori ripercussioni dell’abbandono dei Genesis; sfiducia nelle proprie azioni, noia e fatalismo che però possono essere sconfitte dal cuore, come lui stesso dice. Slowburn a me piace molto, è un vero proprio pezzo hard rock con i chitarroni in evidenza e ogni tanto degli urletti che ricordano i Def Leppard. La prima parte della canzone è ciò che uno si aspetta da una canzone hard rock, ritmo forte e deciso e ritornello orecchiabile. A due minuti dalla fine si rivede la mente geniale/pazza di Gabriel, il ritmo cambia all’improvviso e si è immersi in mondo fatato dove si è trasporti in barca sull’isola di Avalon. Waiting For The Big One è un blues molto simpatico dove Gabriel riesce a trasportare gli ascoltatori all’interno di un locale mal frequentato a veder suonare uno scialacquatore ubriaco (impersonato in modo geniale dal cambio di voce di Peter). Gli ultimi due brani introducono la saga di Mozo, personaggio immaginario che vive in un piccolo villaggio di pescatori. Qui si rivede il Gabriel cantastorie, ci parla e ci trasporta in modi biblici e immaginifici. La musica che accompagna aiuta a fare questo viaggio: arpeggi di chitarra che esplodono in maestosi assoli ed archi trionfanti chiudono le danze.

Allora, in conclusione. Ciò che ritengo geniale all’interno di questo album è la capacità di Peter Gabriel di combinare assieme generi totalmente opposti, si va dal rock progressivo alla melodia instancabile di Solsbury Hill; c’è del blues, dell’hard rock e addirittura della musica da siparietto anni ’20.

Ci sono opere di Gabriel nettamente migliori, basti pensare a So che contiene Sledge Hammer, In Your Eyes e Don’t Give Up. Ma non è questo il punto. Ciò che volevo farvi capire è l’importanza che per me ha avuto Solsbury Hill, perché chi è che di noi non ama la propria collina vicino casa o lago, parco o addirittura parcheggio. E ogni volta, ascoltandola, si viene scagliati in modo dirompente in quei luoghi, e non si può fare a meno di sorridere.

 

 

 

Mario

Laureato in economia, ma ciò che amo veramente è la musica e provo anche a scriverci qualcosa. “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie“ Follow @guerci_mario

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