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SPEAKING IN TONGUES

4.75 9.5

I Talking Heads sono una band americana formatasi a metà degli anni ’70, guidati dal geniale ed eccentrico David Byrne, emblema dell’approccio avanguardistico alla musica Pop.

Credo che gli anni settanta siano stati una specie di limbo dal punto di vista musicale, stava scemando il movimento pacifista e ormai la cultura “hippy” era passata di moda, però non aveva ancora preso piede la grande rivoluzione musicale iniziata negli anni ’80. Siamo precisamente nel 1974, anni di pura sperimentazione nel campo musicale, si stanno perfezionando le macchine per la produzione di musica elettronica: sintetizzatori e “sequencer” cominciarono a essere di uso comune e non più limitato all’avanguardia sperimentale. In questo periodo nascono innumerevoli generi musicali, e mi risulta ostico classificare i Talking Heads all’interno di una categoria specifica. Già perchè questa band è stata in grado di svariare da un genere ad un altro, di mescolare suoni, strumenti e culture musicali di ogni tipo. Quindi in definitiva ritengo siano un mix tra New Wave, Post Punk e Rock Sperimentale. Torniamo alla New York degli anni ’70, un mondo sub-urbano fatto di allucinazioni e  locali notturni; è il periodo di Andy Warhol e delle nuove avanguardie nelle arti visuali e grafiche… di tutto ciò si nutrono i Talking Heads, assimilando i fermenti e facendo di queste realtà il filo conduttore di tutta la loro produzione musicale.

Dopo aver frequentato un istituto d’arte, Byrne fonda il gruppo con Chris Frantz, un suo compagno di corso, e assoldando Tina Weymounth (bassista) e Jerry Harrison (chitarrista). La formazione è rimasta sostanzialmente invariata fino allo scioglimento. La svolta nella carriera si ha quando l’allucinato, geniale, polistrumentista, ingegnere del suono e compositore Brian Eno viene attratto dall’eccentrica figura di Byrne. Così cominciano una serie di collaborazioni che vedranno i Talking Heads sfornare capolavori su capolavori, uno tra tutti: Speaking In Tongues. Le liriche sono quasi del tutto prive di significato, come disse lo stesso Byrne: «Ho iniziato a cantare cose senza senso e inventato le parole che vi andassero dietro. Ha funzionato molto bene». La prima traccia è l’epilettica Burning Down The House,  hit psycho-funky capace di creare allucinazioni contorte. Che dire, è fantastica nel suo sound martellante funky: cori, pause improvvise, percussioni africane e sintetizzatori cristallini. Il “riff di chitarra funky” è spettacolare ed accompagnerà l’intero album. Il disco continua a perseguire questa sorta di nuova calma apparente immediatamente dopo, con Making Flippy Floppy, egemonizzata dal basso e scossa dal cantato quasi insolente di Byrne, che diventa ghigno accidioso in Swamp. Il tutto si diluisce in un gioco di rincorsa tra basso e batteria, per poi spalmarvici un cantato echeggiato da cori black (Slippery People). La voce acuta e lagnate di Byrne è un martello pneumatico, il suono non ti lascia un attimo di tregua.

Poi si arriva a This Must Be The Place che ti prende per mano e ti culla con il suo suono perfettamente leggero e corrispondente al bisogno fisico e mentale creato da tutto preambolo precedente. Si recuperano le energie e per 5 minuti si è estraniati dalla realtà e dalla frenesia quotidiana.

 

 

Mario

Laureato in economia, ma ciò che amo veramente è la musica e provo anche a scriverci qualcosa. “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie“ Follow @guerci_mario

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