Skip to main content
U2-songs_of_experience

IL NUOVO DISCO DEGLI U2 PUZZA UN PO’ – SPECIE L’EDIZIONE IN VINILE – MA CONTIENE UN ANTIDOTO AL POPULISMO

di Nista Marco

Quella che segue è una personale interpretazione di Songs of Experience, il nuovo disco degli U2. Non può certo trattarsi dell’unica chiave di lettura possibile, per fortuna. Il desiderio per cui é stato scritto questo testo è, per chi è interessato, fornire un aiuto a godersi questo album.

Songs of Experience - Cover

1. Ouverture
C’è un essere nei cieli. Nel buio cosmico infinito uno spirito lascia echeggiare la sua voce mentre guarda la Terra.
Dall’alto si vede un pianeta silenzioso tutto verde e blu senza muri né confini, senza guerre. La voce parla a un uomo laggiù che, dall’estremità opposta di un telescopio, cerca una tra 7 miliardi stelle. Gli dice:

«Niente che possa impedire a questo di essere il giorno migliore di sempre
Niente che ci trattenga dal posto dove dovremmo essere
Non chiudere gli occhi.
L’amore è tutto ciò che c’è rimasto
Hey, questo non è un momento per non essere vivi
L’amore è tutto ciò che c’è rimasto»

U2 The Joshua Tree tour 2017

2. Il nuovo disco degli U2
Con questo breve mottetto fantascientifico si introducono le “Canzoni di Esperienza” che vanno a formare il nuovo disco degli U2, uscito il 1 dicembre.
Oltre alla pace e alla trascendenza spirituale il tema di apertura è il più classico dei classici della poetica U2: l’ammore, pardon, l’Amore.
La formula “Love is all we have left”, legata all’estetica da futurismo anni ’90, farebbero pensare che questo disco voglia legarsi al disco All that you can’t leave behind del 2000, incardinato sui medesimi temi.
Songs of Experience invece è stato registrato con l’intenzione dichiarata di realizzare il seguito di Songs of Innocence, pubblicato 3 anni fa dalla band.

Lights of Home, il secondo brano, cambia totalmente atmosfera: dai toni eterni e rarefatti si passa al ritmo cadenzato di una worksong afroamericana contemporanea, la voce è più sofferente e affaticata: «Oh Gesù se sono ancora tuo amico / Cosa diavolo, cosa diavolo hai in serbo per me?».
Il collegamento col disco precedente è molto più evidente: sembra di risentire certi passaggi di “Vulcano” o di “The Troubles”, vengono addirittura citati alcuni versi da “Iris”, eppure in questa canzone c’è già un indizio che permette di capire una differenza sostanziale tra i due dischi.
Lacrime sudore e sangue di questo secondo brano sono quelle di un uomo di oggi, il primo verso (“I should be dead”) pare faccia riferimento a un incidente stradale capitato recentemente a Bono stesso. Songs of Innocence nel 2014 parlava introspettivamente delle origini degli U2 nel passato, Songs of Experience parla nel 2017 di oggi, di quel che sta succedendo adesso nel mondo.

All’Irish Times lo spiegano così:

«Il disco era già praticamente finito l’anno scorso, ma ci siamo resi conto che le canzoni non riflettevano i più grandi cambiamenti che erano in corso, sul piano politico e sul piano personale … Le canzoni degli U2 sono sempre nate come storie, e tra queste rientrano le notizie dei giornali tanto quanto quello che succede nelle nostre vite. Quando il mondo cambia, tu cambi con lui.»

Gli estremismi, gli attacchi terroristici, la xenofobia, l’elezione di Donald Trump e la Brexit, l’acuirsi della guerra in Siria, l’antieuropeismo, la crisi migratoria … sono alcuni dei fatti con cui componenti degli U2 hanno detto di aver fatto i conti e che necessariamente hanno rimescolato le carte che avrebbero giocato incidendo Songs of Experience.

3. It’s children who teach
La traccia numero 3 del disco è un paradigma di questa intenzione, e la reazione al mondo che la band vuole proporre è particolare, una reazione in pieno stile irlandese U2.
Il brano si intitola “You are the best thing about me”: sei la cosa migliore di me.
Presentando al Tonight Show questo singolo Jimmy Fallon ha chiesto il perché di una canzone così spensierata in questo contesto: «La chiamiamo gioia provocatoria, è una canzone d‟amore alla mia signora, in questi tempi difficili è importante dire ai tuoi cari quello che pensi … più importante che mai avere questa gioia perché è la migliore risposta alla paura».

Songs of experience

Lo stesso tema caratterizza la terza traccia, anch’essa contiene parole rivolte a una donna, in questo caso a una ragazza. Si tratta di un invito: “Get out of your own way”, traducibile come “non ostacolarti da sola” o “non tarparti le ali”.
La musica non è meno festosa, non è meno pop-rock, anche se trapela più esplicitamente che si tratta di un discorso in un mondo in cui bisogna «resistere, l’amore deve lottare per la sua esistenza».
La lotta può essere intrapresa anche se questa ragazzina «è scappata senza dire niente, ha il cuore che è un palloncino, per scoppiarlo basta uno spillo» non è un problema perché «niente può fermarti tranne quel che hai dentro, posso aiutarti ma è la tua lotta … posso cantare per te tutta la notte … non ti tarpare le ali!»

Il messaggio di questa quarta canzone è generico, è un invito a lottare in una battaglia non definita precisamente. Il fatto che sia indirizzata a una donna e alcune espressioni come «il nemico ha schiere di assistenti, il corteggiatore, il seduttore, un bacio, un pugno» fanno pensare che probabilmente sia stata ispirata dall’impegno che la band da diversi anni dimostra nel movimento per l’enfatizzazione del ruolo della donna nella società.
In tantissime canzoni e in diversi contesti Bono si è espresso sul ruolo cruciale di certe donne nella cultura, nella politica, nell’attivismo, nella storia e nella sua vita.
Per questo impegno a novembre 2016 è stato persino eletto da Glamour “Donna dell’anno” e in quell’occasione ha dichiarato: «Dove vedi che lo spirito femminile si muove dalla circonferenza al centro, avviene solitamente un salto di coscienza».
Si tratta ancora di un modo di lottare che tende a esaltare ciò che difende, prima di odiare ciò che si attacca.

4. The end of the dream
L’invito alla ragazza ad essere nuova “Mosè” e nuova “Abramo Lincoln” per il futuro del mondo si chiude con la voce predicante del rapper Kendrick Lamar, che adatta il Vangelo ai tempi e il “discorso della montagna” al Karma: «Beati gli arroganti …, le superstar …, i ricchi sfondati perché si possiede solo ció che si dona, Beati i bulli perché un giorno dovranno tener testa a se stessi, Beati i bugiardi perché la verità può essere imbarazzante …». È un messaggio per introdurre il brano successivo, dedicato direttamente al governo Trump e a ció che rappresenta culturalmente.

I toni sono molto più duri ed espliciti, la sfida è lanciata proprio sul punto su cui fa leva la paura e la violenza della demagogia. L’accusa mossa è che la promessa di rendere “l’America grande ancora” stia in realtà portando «al momento nella vita in cui un’anima può morire / in una persona, in un paese quando credi alle bugie».
La American Soul, l’anima dell’America, era il «cuore che i Padri Pellegrini chiamavano casa /… un ideale di grazia in cui ognuno è benvenuto / … un sogno per il mondo intero … il rock’n’roll». Se l‟obiettivo è difendere la nostra cultura, il firmatario del muslim ban non saprà accogliere nel suo santuario “refu-Jesus”?

A drammi della crisi migratoria è dedicata la canzone che segue, Summer of Love, che nel titolo fa pensare ancora alla narrativa del sogno americano: «Abbiamo un’altra occasione prima che la luce si spenga / Per un’estate d’amore … Stiamo congelando, partendo, credendo / Che tutto ciò che ci serve sia davanti a noi da qualche parte / In un’estate che verrà / Così partiamo / Ho pensato alla West Coast …».
Quelli che potrebbero essere i pensieri di un pioniere nel Far West o un dialogo di un film americano degli anni ’60 sono in realtà le parole che oggi sono pronunciate in un altra parte del mondo: « … Oh gli oceani attraversati sono gli stessi / Per qualcuno è un piacere, per alcuni il dolore / Ho pensato alla West Coast / Non a quella che conoscono tutti / … Tra le macerie di Aleppo / Alcuni fiori nascono all’ombra / Per un’estate, un’estate d’amore».
Lo stesso racconto culmina in un crescendo nel grido di dolore esploso in un verso del brano n.7, Red Flag Day: «Neanche una notizia oggi / Così tanti morti nel mare la notte scorsa / Quella parola che il mare non è capace di dire / È No, No, No!»

u2

5. You think you look so good
Sul mare mosso da bandiera rossa si chiude una parte dell’album.
Ora le cose cambiano: non parliamo troppo di politica che poi va sempre a finire che si litiga.
Segue una canzone degli U2 come era un po’ che non se ne sentivano, si intitola The Showman e avrebbe potuto essere stata scritta ieri da una certa boyband irlandese di fine anni ’70.
Quelli che erano messaggi urbi et orbi iniziano a ridimensionarsi ad un ambito più personale: il testo invita a stare attenti alle celebrità, a chi guadagna mentendo e facendo lo sgargiante in pubblico, siano essi politici, attivisti o cantanti, o Bono.
Una tale prova di umiltà fa guadagnare la confidenza sufficiente per apprezzare il nono brano dell’album: il pezzo grosso.
The little things that give you away “Le piccole cose che ti rivelano” sono qui elencate come solo una canzone degli U2 che vale un album è capace di fare. Un notturno in cui si contempla una piccola luce, un piccolo dubbio: «Andavi per il mondo come se ci appartenessi / Tranquillamente come una brezza / Ogni cuore tuo da accontentare / Sono solo io a cui sembra che ci sia qualcosa che non va?».
Un battito regolare, né troppo veloce né troppo lento, tiene il ritmo di un discorso che procede fatalmente ma dolcemente verso la parte più vera della coscienza, quella che non sappiamo guardare ma che non si sa nascondere: «Non sono un fantasma / Devi guardarmi / Parlavi verso di me, ma non a me / Sono le piccole cose che mostrano chi sei / Le parole che non riesci a dire».
Si parla di piccole cose, lo spazio infinitamente piccolo di un individuo eppure, nel provare a guardare quel piccolo punto irrisolto, le proporzioni non sono inferiori a quelle epocali dei drammi geopolitici che hanno preceduto. «Eri un uragano nascente / Ma questa indipendenza può costarti la libertà / Le piccole cose che tormentano e tradiscono / Da cacciatore sono diventato la preda … Le parole che non riesci a dire».
Le parole che non si riescono a dire le ascoltiamo sempre più esplicitamente man mano che va avanti il brano, cambia il giro di accordi e tutto si fa più intenso: «A volte, non riesco a credere alla mia stessa esistenza / Mi vedo distante e non riesco a tornare dentro / A volte, l’aria è carica di ansia / I pensieri sono così incauti e tutta l’innocenza è morta / A volte, mi sveglio alle quattro / Il buio si disperde e mi riempie di spavento».
Eppure è proprio «quando il vetro si rompe, attraverso queste lacrime» che si può vedere l‟unica cosa che importa, che quella luce è il segno che c’è ancora speranza, «la fine non è arrivata, non è ancora finita».

6. Bigger than anything
La prova vivente di una compagnia che può portare a guardare questa speranza è la protagonista di Landlady: ancora una canzone d’amore che non ha niente da invidiare ad altri capolavori firmati U2 ma forse neanche al dolce stil novo né all’epopea cavalleresca europea.
Una canzone che dovrebbe essere somministrata in massa a un mondo tristemente finito a dover far gridare #metoo a migliaia di donne.
Il brano è dedicato a una Landlady ovvero a una “padrona di casa” cioè a una “dama”, una “dòmina”, una “dom’na”: una donna.
Il rapporto con questa assume dei tratti salvifici: «Il sentiero non ha punti per tornare indietro / E se ci fossero, sarebbe troppa strada / Quel che ci fa mantenere questo sguardo / È vedere che possiamo essere come nuovi … Quando ho fallito / Sei tu che mi hai sempre pagato le spese … La dama mi solleva in aria / Vado non oserei / Senza peso quando lei c’è».
L’amore a questa donna vale più che guadagnare o perdere tutto il mondo, più che ogni altro dolore o gioia «Ogni onda che mi ha spezzato / Ogni alba che mi ha svegliato / È stato per portarmi a casa da te … Ogni dolce confusione / Ogni grande illusione / Le otterrò e le chiamerò una sconfitta / Se non fossi tu il premio».

Un paio di mesi prima che uscisse il disco Bono ha voluto scrivere una lettera di suo pugno ai genitori di Santiago Maldonado, un giovane attivista Argentino ritrovato morto mentre era impegnato in una campagna in difesa dei diritti degli indigeni Mapuche. Un paio di righe di condoglianze e una citazione da Songs of Innocence: «…non c’è fine al dolore / ed è così che sappiamo che non c’è fine all’amore».
Songs of Experience si avvicina alla fine con la convinzione che quest‟amore può essere il punto a cui ci si aggrappa per affrontare il mondo, con tutti i drammi che contiene, anzi ogni dramma è in realtà un’attesa di questo amore, ogni Blackout: «Quando la luce va via buttati del tutto / Nel buio in cui abbiamo imparato a vedere / Quando la luce va via / Non dubitare neanche un istante / Della luce che possiamo davvero essere».

Si arriva così al trionfale epilogo di “Love is bigger than anything in its way”.
L’amore è ciò che è sempre più grande di ogni cosa che incontra sulla sua strada: una frase che, nonostante nelle parole sia uguale alla Prova Ontologica, probabilmente non è una citazione consapevole di Anselmo di Aosta (senza così ricordare che nel nostro continente già nel medioevo un filosofo poteva nascere in Italia, studiare in Francia e fare carriera in Inghilterra – il che sarebbe stato comunque in linea con le posizioni europeiste anti-Brexit della band).
«La strada sei tu che la fai / Mentre cammini inizia a cantare e smettila di parlare / Per essere le parole della tua stessa canzone / So che la rabbia è forte dentro di te / Scrivi un mondo in cui possiamo appartenerci / L’un l’altro, e cantalo come nessun altro». Un grande inno, degna colonna sonora dell’ultima parte di questa breve divina commedia attraverso il pianeta Terra negli anni 2016-2017, in un viaggio di andata e ritorno dal paradiso.

La chiusura vera è propria si ha con 13(There is a light), che rimodella le parole e la melodia di una canzone del disco di tre anni fa segnando così la parola fine a tutto il percorso iniziato con quell’album.

U2 Live

7. Conclusioni
I due album Songs of Innocence + Experience formano un dittico di massimi sistemi e di vita quotidiana, di guerra e di pace, di dramma e di allegria, di dolore e di amore, (non di attivismo e di Panama Papers) e, ovviamente, di Innocenza e Esperienza.
C’è un verso che è presente in entrambi i dischi: «Free yourself to be yourself». “Liberati di esserti”.
Se questo doppio album salverà il mondo lo farà soltanto nello spazio fisico tra la plastica degli auricolari e il timpano di chi lo ascolta.
L’invito che gli U2 ci fanno è quello di fare noi esperienza sul campo per convincerci davvero che l’amore è più grande di qualsiasi cosa, dopodiché saremo noi i protagonisti di questo disco, saremo noi in copertina i due ragazzini che possono affrontare il mondo con un elmetto in testa ma a piedi nudi.
Non serviranno né canzoni nè discorsi, ma l’esperienza. Expertus potest credere.

8.Con-Siderazioni
Non sarà un nuovo The Joshua Tree ma Songs of Experience è un godibile disco degli U2, rimane ancora all’altezza dell’asticella di cose che i ragazzi hanno prodotto nel passato: American Soul non sfigura in quella tradizione di canzoni di protesta di cui fan parte di Electric Co. o Bullet the Blue Sky, The little things è degna erede di quel filone intimistico esistenziale che va da Bad fino a Moment of Surrender.
Forse serve un ascolto in più del solito, ma i ritornelli di queste canzoni entrano nella testa e soprattutto nei box doccia di quei fan che hanno già iniziato a canticchiarle, appagati dalle belle note alte del cantato e dal sound che la lavorazione certosina di The Edge è capace di sfornare.

Gli U2 sono come quelli di un tempo.
Ma gli U2 di 20 anni fa avrebbero accettato di essere “come quelli di un tempo”?
Avrebbero accettato un disco appena di alto gradimento? Stiamo parlando degli U2 o di Renzo Arbore? Con tutto il rispetto.
Il paragone ovviamente non regge ma con questo dubbio nelle orecchie forse molti lati non tanto soddisfacenti si sottolineano ulteriormente.
La tendenza che hanno varie rockstar oltre i 50 anni di inserire spizzichi di rap, o di abusare di bass drop, è una cosa che non è male ma rischia seriamente di lasciare il tempo che trova: mettere le foto dei propri figli in copertina non ci farà dimenticare che Bono è tinto e The Edge è calvo.
Si può essere d’accordo con tutte le battaglie toccate da questi testi, e indubbiamente si ha bisogno di una voce diversa dai soliti tweet arrabbiati dei giornalisti moralizzatori, ma certi discorsoni sull’amore a qualcuno possono sembrare sempre un po’ artificiosi.
Bono che presenta il disco da Fazio citando il Papa, dicendo che “Dio oggi si trova dove ci sono i poveri” dice una grande verità, ma è innegabile che a qualcuno potrebbe irritare l’odore di sacrestia, oltre a quello di geriatria.

Ci sono molti lati scoperti, punti aperti a critiche assolutamente condivisibili.
Eppure c’è un punto in cui anche questa volta gli U2 non si sono traditi, non si sono auto-emulati ma sono rimasti quello che sono.
Sono rimasti fedeli a quella band che dove tutto obbligava a rassegnarsi alla morte e alla mediocrità è nata gridando
«I fought fate, there’s blood on the garden gate», la band che quando ha conquistato il successo che nessuno aveva mai avuto ha intonato «I still haven’t found what I’m looking for».
Anche in questo disco ci sono punti in cui hanno assunto quella posizione radicalmente rivoluzionaria rispetto al mondo, ma più umana.
Si inizia dal videoclip diretto da Tatia Pilieva in cui “You are the best thing about me” è il motto della storia di quattro coppie che sono costrette a separarsi, immagine paradossale oggi tanto quanto quella di Aleppo distrutta in cui «Like flowers growing in a bomb crater, from nothing, a rose, it grows».

Alle promesse vocianti dei politici viene ricordato che «Le persone sono libere gratuitamente», al mondo illuso dal consumismo che «All that we have is immortality», a noi in ansia per trovare la soluzione a ogni cosa le uniche parole che pronuncia la Landlady sono: «Don’t do, just be».
È probabile che quest’anno nessun’altra popstar, nessun altro attivista abbia ribadito che ha senso vivere perché siamo unici eterni e irripetibili, che il valore di una persona è trascendente, prima ancora di essere chi fa la cosa giusta, di sapere di chi è la colpa o che vada tutto bene.
Anche solo per questa idea Songs of Experience è un disco degli U2 ed è un disco salvabile, tanto quanto lo è l’uomo del 2017 nei cui solchi è descritto.
Sono messaggi che possono davvero essere l’antidoto per il mondo per smettere di andare a rotoli? Si tratta solo di un punto di vista personale? Si tratta posizioni senza senso, non argomentabili?
Forse, ma queste ci sono state presentate come canzoni di esperienza, non teorie.

«Sai ancora il mio nome? Dove sto andando?
Se non troverò una risposta
Nei tuoi occhi vedo le luci di casa»

Brian

Amo mangiare, bere, dormire e... Cosa mi distingue da un grosso orso? Pochi peli e l'amore per la musica. Genere preferito? Femminile, naturalmente! PS: sono marito, padre e professore, ma questa è un'altra storia...

Rispondi