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Paolo Conte - Arcimboldi

Sono andato a vedere PAOLO CONTE @TEATRO ARCIMBOLDI (Milano, 11/11/16)

“Entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, […] non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.”

                                                                                            (N. Machiavelli)

 

Nel giorno della morte di Leonard Cohen, celebro la poesia che si fa canzone al teatro degli Arcimboldi di Milano, al concerto di Paolo Conte, da molti considerato il più grande cantautore italiano di sempre.
Un artista che non penso abbia mai pronunciato una sola sillaba dal vivo, tra una canzone e l’altra, neppure per ringraziare, come a ribadire che tutto ciò che ha da dire si trova nei suoi versi, senza bisogno di aggiungere nulla.
E allora accolgo la sua proposta, mi metto comodo e gli tendo le orecchie: “via, via, vieni via con me!”.

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È una storia d’amore quella che ci viene allora raccontata, con passione, nostalgia, struggimento, a volte con ironia: “una verde frontiera tra il suonare e l’amare”. Fil rouge delle sue canzoni, infatti, è il canto a donne, i cui tratti sfumano nei tratti delle melodie, delle atmosfere estremamente evocative della sua musica: “mi avrai, verde milonga inquieta / che mi strappi un sorriso di tregua ad ogni accordo, / mentre fai dannare le mie dita / io sono qui, sono venuto a suonare, / sono venuto ad amare, e di nascosto a danzare” (“Alle prese con una verde milonga”).

Un appuntamento galante, quindi, con una musica raffinata, quasi “snob”, che obbliga l’artista (“Noi di provincia siamo così, / le cose che mangiamo / son sostanziose come le cose / che tra di noi diciamo”) a “stvapazzare tutte le evve”: “dimmi se, dimmi se / per amor tuo devo far / ‘sta figura… […] Ma stasera tu ceni con me / …e non ti sembra un’ora sublime?” (“Snob”)

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Ascoltare Paolo Conte è immergersi in “un’altra vita”, attraverso “la canzone perduta / e ritrovata”, come scrive in “Madeleine”, esattamente come il villaggio di Combray, ritrovato grazie al sapore del biscotto francese, nel primo dei sette romanzi proustiani.

I “ladri di stelle di jazz” diventano “un’orchestra che precipita / in un ventilatore al Grand Hotel”, per poi scatenarsi in quasi quindici minuti di “Diavolo rosso”, ad un ritmo forsennato, in un susseguirsi di assoli vertiginosi, il tutto sotto l’attenta e posata gestualità del maestro Paolo Conte, discreto ma inflessibile direttore d’orchestra (e che orchestra!).

“E così si dimentica / E ricorda / Recitando e inventando / E profanando / Con la tua esibizione / Con la mia imitazione / Arredando il silenzio / Di ogni sorta di mercanzia”. Anche perché “Una buona commedia, / Un profumo di insidia: / Fa venire appetito / Di quintali di poesie / Tieniti forte / Che ormai si sta volando” (“Recitando”).

Come una commedia quindi, o un “gioco d’azzardo” (brano di un’intensità straordinaria) tra il mestiere e la schiettezza, tra passato e presente, tra allegria e naufragio, fino all’epitaffio che sui social network, egli stesso ha scelto a conclusione delle due serate milanesi, tratto da quest’ultima canzone: “Adesso è tardi e dico soltanto / che si trattava d´amore, e non sai quanto”.

Di seguito il video della standing ovation finale e del bis di “Via con me”.

Che altro aggiungere? Paolo conte “Avrà più di quarant’anni / e certi applausi ormai / son dovuti per amore” (Sparring partner).

SCALETTA:
Snob
Sotto le stelle del jazz
Come di
Alle prese con una verde milonga
Recitando
Ratafià
Aguaplano
Gioco d’azzardo
Gli impermeabili
Madeleine
Via con me
Max
Diavolo rosso
Le Chic et le charme
Tropical
Via con me

 

 

Brian

Amo mangiare, bere, dormire e... Cosa mi distingue da un grosso orso? Pochi peli e l'amore per la musica. Genere preferito? Femminile, naturalmente! PS: sono marito, padre e professore, ma questa è un'altra storia...

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