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Sono andato a vedere PETER GABRIEL @Forum Assago (MI, 7/10/13)

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Questo tentativo di racconto è stato scritto più di una settimana fa durante un viaggio in treno un po’ allucinogeno, l’ho conservato per lo più come è stato concepito. So che sono passati diversi giorni, ma non ho proprio avuto tempo di sistemarla. E comunque, se stai leggendo, il concerto è già passato quindi non cambia molto.

Parto da Milano con il 6.10, ho dormito un’ora e nella testa ho ancora il bel concerto di ieri (ieri!?) sera. Arriviamo alle 20.15, per colpa mia. Mario è già lì da un’ora e ci aspetta su un’aiuola. Il forum è bello pieno, la gente nel parterre arriva fino all’ingresso posteriore. Ci facciamo largo tra il pubblico e troviamo un posticino vicino al palco, a sinistra. Siamo accolti da un duo di tipe pianoforte violoncello, vestiti neri, facce tristi e soprattutto lagne mortali. Probabilmente stanno suonando già da un’ora, ci guardiamo intorno e il pubblico non sembra risentirne, primo segnale che c’è qualcosa che non va. Comunque scopriamo che la prima canzone si chiama “Ah” e la seconda “What”. La brevità dei titoli non è propria dei brani, veramente funebri. Escono di scena con un applauso festoso (per me liberatorio) e lasciano il posto a dei giovanissimi tecnici in abito bordeaux stile chirurgo, inconfondibilmente staff di Peter. Nel frattempo conosciamo Christian, viene da Novara e, oltre a noi e al suo amico Federico, è l’unico under 45 nel raggio di duecento metri. Ci dà un sacco di informazioni sulla band, è un vero appassionato, non come noi schiappe. Scopriamo anche che è un musicista vero, d’altra parte, si vede!

Qualche istante di attesa e la testa pelata del nostro fa capolino, nel boato generale. Seguita dall’altra di Tony Levin, mitico bassista baffuto. Peter si siede subito al piano, sul lato destro del palco, quindi opposto a noi. Ci sforziamo di vedere, abbiamo comunque vicino uno schermo che riprende tutto. L’introduzione lascia spiazzati, luci accese sul pubblico e nessun effetto speciale. Anzi, Peter comincia a parlare in un italiano quasi perfetto, a volte incespicando e concludendo in inglese, per poi comunque ripetere in italiano. Semplicemente spiega come sarà il concerto, paragonandolo a una cena intima. Ci racconta che lo spettacolo è diviso in 3 parti: così “l’antipasto” sarà un set acustico, arriverà poi il “piatto salato” di un intermezzo elettrico, per “dessert” (tutte parole sue) arriverà invece l’esecuzione completa di So, con la band originale, che comunque lo accompagnerà per l’intero concerto. Bellissima questa introduzione gastronomica, ci mette subito a nostro agio. E che band: Manu Katché alla batteria, Tony Levin al basso, l’onnipresente e onnisciente David Sancious alle tastiere, David Rhodes alla chitarra e le due lagne dell’inizio, ora nelle vesti di coriste: Jennie Abrahamson e Linnea Olson. Insomma, niente male. Comunque ci lascia sbalorditi la spontaneità di Gabriel, essenziale nel descriverci il suo spettacolo, quasi lo stesse spiegando ad amici nel salotto di casa, per aiutarli a capire meglio.

tony levin 2

Si parte con “O but”, PG al piano e Levin al contrabbasso. La voce di Gabriel è immutata, potente e uguale ai dischi di vent’anni fa. Le luci sono accese anche sul pubblico ed è proprio un effetto salotto, dove tutti possono guardarsi. Pubblico e artista sono sullo stesso piano. Per il secondo brano “Come talk to me” compaiono i musicisti, Sancious si presenta con una fisarmonica. La parte acustica procede con “Shock the monkey”: qui David si scatena con una chitarra, mostrando doti inaspettate. Parlo di lui perché mi ha veramente gasato. La versione acustica riesce molto bene e il pubblico si scalda un po’. Noi ci scaldiamo un po’. Forse no, ma entriamo già nel set elettrico (lo capiamo dal basso di Levin – elettrico appunto – e la Gibson di Rhodes) con “Family Snapshot”: la canzone parte piano, verso metà il primo vero colpo di rullante di Katché ci fa sobbalzare e precipita il forum al buio e in un delirio di luci stroboscopiche, poste ai lati e dietro il palco. Nell’armamentario ci sono anche dei proiettori montati su lunghi bracci con contrappesi, azionati a mano da uomini dal volto coperto. Si muovono armonicamente e con precisione chirurgica, sfiorando le testone pelate dei musicisti. L’effetto è dirompente, tra l’altro ci accorgiamo di quanto si senta bene, soprattutto la batteria, e cerchiamo di sottolinearlo con sguardi di approvazione.

“Digging in the dirt” arriva di corsa. Levin è pazzesco, sempre sorridente, suona qualsiasi cosa. Quando ha le mani libere, prende la sua macchina fotografica e fotografa il pubblico! E’ un mostro di creatività continua. Katché suona come una bestia, non sbaglia un colpo. E’ il momento di “Secret world”, la mia preferita di sicuro. Il mondo segreto di Peter lo stiamo vivendo un po’ anche noi, ci siamo in mezzo. Il piano è delicato ma la chitarra scalpita e cerca il suo spazio. What was it we were thinking of? sssh, listen… e sottovoce David Rhodes comincia a farsi sentire. Il riff è sempre più insistente, fino a chiamare a rapporto tutta la band, che si scatena in quello che probabilmente sarà il momento più alto del concerto, in un trionfo di luci led comandate dai colpi spietati di Manu Katché, che suona con la disinvoltura dei veri campioni. E’ vestito di tutto punto, berretto compreso, sembra non sentire il caldo, è un atleta. Peter, Tony e David improvvisano un balletto rotante molto coordinato.

MANU KATCHE

“Solsbury hill” è un momento di gioia sincera, tutto il forum (forse solo noi, ma mi piace pensare che non fossimo soli) intona un po po po sulla melodia, mentre Peter corre in cerchio, simulando una gita in bicicletta, imitato poi da Tony e David. Durante “Don’t give up”, Gabriel sfoggia la sua espressione più sconsolata, suscitando in noi più di una risata, nonostante la gravità del momento. Jennie Abrahamson tenta di tirarlo su, bisbigliando “non mollare” e accarezzandolo dolcemente, ma lui niente. A un certo punto, preso dallo sconforto più profondo, scompare dietro il palco. Lo vediamo riapparire camminando a testa bassa e con una grossa valigia in mano, come a dire: me ne vado, sono disperato. Ironia sopraffina. I colpi di teatro non si limitano a questo: durante i brani, uomini in divisa e con maschere da scherma, spingono i grossi bracci su una rotaia attorno al palco. Questo permette di mettere in scena scenografie assurde, con Peter al centro che interagisce coi proiettori, in una sorta di dialogo lungo tutto il concerto. Anche i video sono curati nel minimo particolare, effetti spaziali riproducono i profili dei musicisti, durante “Red rain” siamo all’apice. La melodia di “Slegdehammer” è intonata dal pubblico (o solo da noi) prima dell’attacco. Peter tenta di dare il tempo battendo il microfono, ma pochi capiscono. “In your eyes” chiude So, momento di festa, ammazzata da un pubblico di debosciati. Ho tentato di ballare anch’io, ma mi sentivo più in imbarazzo del solito.

david sancious david rhodes

Pausa di riflessione, poi tutti tornano sul palco per il finale. “The tower that ate people” e poi “Biko”. La conclusione è scandita da Katché, mentre uno ad uno i membri del gruppo abbandonano il palco: rimane solo come un soldato, accompagnato dal canto del pubblico, che sembra aver trovato un momento di sfogo alla frustrazione esibita durante il concerto (ma sicuramente durante tutta la vita): tutti con il pugno alzato e oh ooooh. Mah.

Concerto molto teatrale, curato maniacalmente nei dettagli, solo apparentemente freddo. E’ difficile entrare nel mondo di Peter, che richiede di essere compreso (a volte è impossibile) oltre che sperimentato. Nota mia personale di sfogo contro il pubblico, veramente imbarazzante, tantissimi mollaccioni schiapponi (forse nostalgici degli anni del progressive) incapaci di qualsiasi reazione agli inviti dell’artista. Inoltre abbiamo subìto un insopportabile abuso di cellulari e macchine fotografiche, che ci impedivano di vedere: invece di godersi il concerto, tutti stavano a fare foto, come fossero trofei da portare a casa. Un tipo davanti a noi ha letteralmente guardato tutto attraverso lo schermo della sua telecamera schifosa. Alienati. Alla fine pochissimi in piedi, come si fosse al cinema. Io però poi ho incontrato Faso e sono contentissimo.

Comunque, a chi va a un concerto per fare foto da mettere nell’album di famiglia, direi: non farlo più, è molto più divertente stare a casa o dormire. O, se proprio sei disperato, vieni su intheflesh e leggiti questo articolo!

 

 

Luca

Non laureato, vivo ai margini della società. In genere mi interesso di cose che non interessano a nessuno. Da quando ho smesso di fumare ho cominciato a bere e comunque ho sempre voglia di fumare. Non so scrivere.

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