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RAY GELATO Live @Blue Note (Milano, 18/02/17)

È accaduto quasi due mesi fa ormai, ma dato che non è la prima volta che sento Ray Gelato dal vivo e che ogni anno si ripresenta al Blue Note, colgo tardivamente l’occasione per buttar giù due righe che vogliono essere, più che una cronaca di un evento del passato, un invito a non perdere l’occasione di vederlo suonare in futuro.
Dunque, cominciamo ponendoci una domanda:

perché vale la pena spendere bei soldi per un concerto di Ray Gelato & The Giants al Blue Note?

(scritta sul muro esterno del locale)

Innanzitutto perché non capita tutti i giorni di imbattersi in un inglese che vorrebbe essere italiano. No, non temete, non è pazzo: è semplicemente innamorato della nostra tradizione musicale, in particolare di quella partenopea. Nello stile e nell’estetica di Ray Gelato i riferimenti a Buscaglione, Carosone, Rabagliati e Natalino Otto sono infatti evidentissimi. Essi convivono, nell’universo delle sue influenze, con Nat King Cole, Frank Sinatra, Cole Porter, Louis Prima, Sammy Davis Jr., Louis Jordan… Nel suo repertorio “Tu vuo’ fa l’americano” va quindi a braccetto con “Just a Gigolo”, “O Marie” con “Everybody loves somebody”, “Carina” con “I ain’t got nobody”, “That’s amore” con “Just one of those things”.

Fortunatamente, lo sconforto che provavo nel constatare che in Italia pochi conoscono e ripropongono i nostri capolavori degli anni Quaranta e Cinquanta era mitigato dal fatto che stavo assistendo allo show di fianco al grande Paolo Colombo, clarinettista della TNB Swing Band (di cui ho recensito un concerto anni fa LINK). Questo ha riacceso in me un po’di fiducia nelle nuove leve del jazz nostrano.

La seconda ragione per cui la serata è valsa il prezzo del biglietto è che il Blue Note, oltre ad avere un’acustica studiata ad hoc per questo tipo di eventi musicali, è una classy location davvero suggestiva.

Ma veniamo al concerto!
Per più di un’ora e mezza il vecchio Ray ci ha divertito, come solo un esperto mattatore avrebbe saputo fare. Ci ha trasportato indietro nel tempo, invitandoci a dimenticare il presente:

“Apro il giornale e leggo Brexit… No! No! No! Io voglio stare con voi! (Applausi scroscianti). Lo sfoglio e leggo che il presidente degli USA è Donald Duck… ops, sorry… Trump! Ma tutto questo ora non deve importare. Stasera siamo nel 1957!”.

I The Giants non sbagliano una nota manco a farlo apposta, puliti e impeccabili come sempre si concedono il tempo per buffe coreografie nel corso della serata, come passetti di can can o coretti da stadio per incitarsi a vicenda durante gli assoli. Contando che l’avvenenza non è certo la prima dote di questi “giganti” di mezza età, l’effetto comico, in stile vecchio cabaret, è assicurato.

Ecco, forse potevano mostrarsi meno vincolati allo spartito, ma chi sono io per far loro le pulci?

Una menzione particolare la merita il giovane batterista Marti Elias Vignalis che, lasciato solo sul palco prima di “Sing Sing Sing”, ci ha regalato un solo di quasi 8 minuti, in cui ha letteralmente fatto “cantare” il suo strumento.

Alla fine del concerto c’è stata la possibilità di incontrare Ray in persona, vicino al banchetto dei CD, per stringergli la mano e farsi autografare il biglietto. Indubbia trovata di marketing, ma resta comunque un bel gesto, ultimo ricordo di una splendida swing night.

 

 

Brian

Amo mangiare, bere, dormire e... Cosa mi distingue da un grosso orso? Pochi peli e l'amore per la musica. Genere preferito? Femminile, naturalmente! PS: sono marito, padre e professore, ma questa è un'altra storia...

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