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L’Officina della Camomilla

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Il suono dello xilofono attira l’attenzione degli ultimi fumatori fuori dal locale e alle 10:30 il concerto inizia.

E’ tardi. Colpa di un contrattempo cioè un bell’incidente e di un fraintendimento su questioni di casse e amplificatori.

Voglia di suonare, sonorità meno lo-fi rispetto al disco, se così possiamo definirle, e decisamente più rock, chitarre distorte e batteria aggressiva. Questo rende l’esibizione più partecipabile dal pubblico, che balla e canta senza sosta. Rimane vivo il ricordo di: “Dai graffiti del mercato comunale”, brano di apertura eseguito senza preavviso, catapultandoti nel mondo apparentemente immaturo e allucinato dell’Officina. La band è affiatata, colpisce in particolare la chitarra di Anna Viganò, che regala emozioni non solo musicali.

“La tua ragazza non ascolta i beat happening” non è certo il pezzo più significativo, certamente il più orecchiabile. Dal vivo si trasforma in un coro da stadio particolarmente esaltante, rimane limpida la tastiera di Ilaria Baia Curioni, la drum machine è sostituita dai colpi reali di Gaetano Polignano. Francesco la introduce come un inno alla nostra generazione, pensiamo si tratti della gioia di un incontro tra due persone che corrono insieme.

“Un fiore per coltello” è il brano più intimista: il pubblico si ferma ad ascoltare Francesco che, più che in altri testi, parla di sé. Concludiamo citando il basso solido di Marco Amadio, ossatura ritmica della band, particolarmente piacevole in Agata Brioche.

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Detto questo vi riportiamo quello che Francesco De Leo ha deciso di condividere con noi davanti a qualche birra e un piatto vuoto di pastasciutta al sugo:

Come nascono le tue canzoni? Sembrano quasi un esercizio di stile.

“Io vorrei fare lo scrittore. La mia idea è quella. I miei testi sono frammentari, probabilmente per il fatto che la maggior parte delle volte sono appunti di cose che mi succedono a distanza anche di lunghi periodi. Ma anche e soprattutto per il fatto che scrivo solamente quando sono triste; solo quando sono triste ho qualcosa da dire. Poi la musica nasce da sé, ce l’ho già registrata dentro nel cervello.”

Nei tuoi testi c’è molta fantasia. E’ uno strumento per descrivere meglio la realtà o un modo per fuggirla?

“Io mi estraneo dal mondo quando prendo quegli appunti perché è l’unico modo per poter vedere e spiegare quello che succede, devi essere spettatore in un certo senso. Per tutte queste ragioni i miei testi sono un vero flusso di coscienza. Voglio evocare delle immagini nella testa delle persone. Creare delle immagini.”

A proposito di immagini, ne ho in mente alcune, come quando apri il frigo e ci sono dentro “fette di limone e la voglia di trentino”.

” < La voglia di trentino > è la voglia delle camminate che facevo durante la mia infanzia in vacanza con la mia famiglia. E quella volta aprendo il frigo, la fetta di limone mi ha ricordato quei giorni. Le idee arrivano anche dalle lunghe passeggiate come quelle.”

Le tue canzoni sono piene di richiami al mondo dell’infanzia, sia nei testi, sia nell’utilizzo dei suoni e soprattutto della voce. Inoltre spesso accosti idee innocenti a concetti violenti. Si percepisce un contrasto.

“In quello che scrivo c’è uno strappo, una crepa tra quella che è la mia infanzia e la mia vita diciamo “adulta”. E così sono io: una metà è molto dolce e l’altra è violenta. Ho scritto quasi tutte queste canzoni da adolescente, quando avevo diciotto anni. Vivo questa contraddizione fortissima.”

Questa è l’ultima data del tour, cosa farai dopo?

“Domani sera suoniamo con Lo Stato Sociale a Bologna, saliamo sul palco e facciamo la canzone della droga. Poi ho in mente un progetto meno rock ‘n’ roll e più psichedelico. Sto cercando un nuovo tipo di musica: tento di far coesistere la musica new wave e Paolo Conte, De Gregori. Soprattutto Paolo Conte. Secondo me viene una ficata.”

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Alcune considerazioni (Luca)

Ho cominciato ad ascoltare L’Officina qualche settimana prima del concerto, su consiglio di alcuni amici curiosi, per prepararmi bene e con la voglia di capire chi sono e cos’hanno da dire.

Il primo impatto è stato destabilizzante, ci ho messo un bel po’ a mandare giù la voce di Francesco, in bilico tra un bambino pedante e una Carmen Consoli scassapalle. I testi poi sono molto confusi, sconnessi, pieni di immagini contrastanti e buttate a caso, come fosse un esercizio letterario un po’ fine a se stesso.

Nella mia testa è nato inizialmente questo pensiero: questi sono insopportabili bambini snob che giocano a fare i poeti maledetti, cinici e maleducati, provano a irritarti con una finta innocenza nei testi e nelle melodie, e ti spiattellano in faccia un album intitolato “Senontipiacefalostesso”, come a dire non ce ne frega della tua approvazione, anzi ammazzati.

Col tempo invece è nata una curiosità, leggendo i testi e ascoltando con attenzione. In particolare ho intuito nei brani il sintomo di un disagio, a volte esplicito (Morte per colazione, Agata Brioche, Un fiore per coltello), molto più spesso implicito nelle costruzioni musicali, nella disunità e sconnessione dei testi e, perché no, forse anche nella voce di Francesco, così apparentemente provocatoria. Da qui è nato sempre più forte il desiderio di incontrarli, per capire se ci sono o ci fanno, dato che l’ermetismo dei testi e il contorno bislacco del disco lasciano aperto il dubbio.

Tutto questo ha portato alla chiacchierata con Francesco riportata qui, ma soprattutto all’incontro con lui e gli altri Camomilli.

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Due pensieri:

– Ho riscoperto che l’aspetto che mi interessa è il confronto con le persone, molto più che un giudizio tecnico estetico sul loro lavoro. L’ascolto di una canzone può diventare occasione di incontro con un uomo interessante, che è l’unica cosa che ti fa muovere, magari fino a cercarlo fisicamente. Il dialogo con Francesco è stato bello non tanto perché si è parlato di musica, ma perché attraverso la musica mi ha parlato di lui, del suo disagio e delle sue domande, che sono il mio disagio e le mie domande.

– Lasciarsi guidare dalla curiosità e dal desiderio di acchiappare più che puoi permette di incontrare chiunque, anche il più distante dalla propria sensibilità. Mi sono reso conto che la musica italiana è piena di artisti che aspettano di essere ascoltati e, possibilmente, incontrati. Per citare un genio contemporaneo: la maggior parte delle volte pensi che il significato non c’era, invece c’era.

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