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“God Loves you when you’re dancing” VANCE JOY

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State benedicendo Shazam per quella volta che ha rivelato come un oracolo la canzone che faceva da sottofondo alle evoluzioni surfistiche dello spot annuale GoPro (“la telecamera più versatile al mondo”). Ma ora fate molta fatica a liberarvi di “Riptide”, singolo d’esordio dell’australiano Vance Joy, al secolo James Keogh.

Fresco di firma per un contratto di cinque album con la Atlantic Records, apprezzato prima da gente del calibro di Ben Howard e notato poi da Ryan Hadlock ­­- produttore del primo e pluripremiato album dei The Lumineers da cui è affiancato nella produzione del suo primo disco ­- si è esibito il 4 Dicembre alla St. Stephen’s and Thomas Church di Londra.

L’occasione del ritorno nel Regno Unito, dopo gli show di Ottobre a Manchester, Birmingham, Bristol e Londra, è il lancio dell’EP “God loves you when you’re dancing”, uscito in Europa il 25 Novembre.

Cinque canzoni nel solco della avanguardia indie folk, con l’unica pecca che le versioni registrate in studio suonano forse un po’ “preconfezionate” (vedi “Play with fire”), non espressive quanto negli arrangiamenti più grezzi di tante performance live.

James non ha mai avuto aspettative di carriera. La musica se la è trovata addosso: la sua crescita personale, afferma, ne è sempre stata fortemente influenzata.

Questo l’ha portato a imbattersi letteralmente nei propri pezzi, che nascevano in modi impensabili:

“Stavo scrivendo Riptide. Un giorno, lasciando l’università, camminando verso la mia macchina mi sono entrati in testa un paio di motivetti che suonavano bene insieme. Guidando verso casa me li cantavo in continuazione per imprimerli nella mia mente. Ero così eccitato e coinvolto che stavo per schiantarmi con la macchina.”

Le sue sono canzoni leggere e senza pretese ma hanno il dono di un’ingenuità attenta e profonda.

“Quelle canzoni sono nate quando ancora non avevo alcuna pressione. Le scrivevo senza nessuna aspettativa. Ora le canzoni nascono ancora spontaneamente, ma devo ricordare a me stesso di non suonare come qualsiasi altro, di non suonare come vuole la moda di ora. Voglio rimanere me stesso.”

Questa dichiarazione ci lascia curiosi rispetto al suo (già scritto) lungo avvenire discografico. La coscienza della propria originalità è una qualità rara da conservare nel mondo popular su cui quest’onda australiana sta per infrangersi.

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[QUI trovate l’intervista completa]

Buon Ascolto

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