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INTERVISTA AGLI STRANGE SILVER MAN: “PRIVATE SEA” E 15 ANNI DI RHYTHM AND BLUES

Gli Strange Silver Man sono un gruppo senza dubbio interessante nel panorama underground milanese: nati nel 2004 come complesso rockabilly e rhythm and blues, col nome di Susina’s Silver Club, sono cresciuti artisticamente ed ora, con “Private Sea”, il loro secondo disco (su Spotify dal 25 dicembre), dimostrano di essere in grado di esprimere un sound stratificato e ricco di influenze diverse.
Si tratta di un lavoro maturo, che merita di essere ascoltato. Dopotutto di acqua ne è passata sotto ai ponti da quando, spensierati, esordivano cantando: “Eat sushi / put some Belushi on and drink some wine…” (Susanna).

Per parlare dell’album abbiamo fatto una chiacchierata con il loro simpatico bassista, Lorenzo Teatini.

Voi avete scelto di autoprodurvi attraverso un crowdfunding. Vi aspettavate che la cosa avesse il successo che poi ha avuto?

No, è stata una scommessa vinta, soprattutto contro la cultura del sospetto (e del risparmio), che in Italia la fa da padrona e siamo davvero grati e commossi per esserci riusciti.
L’idea del crowdfunding è venuta al nostro fonico, Nicola Daino, detto Nola. Inizialmente eravamo scettici: chi avrebbe mai finanziato il progetto di un gruppo rhythm ‘n blues emergente!? Ma poi ci siamo fidati e abbiamo studiato come tanti artisti più famosi utilizzano questo mezzo (da Lo Stato Sociale a Ex Otago). Il mio amico Peig mi ha consigliato Kickstarter.com e via! Abbiamo impostato come traguardo 2000 euro, una cifra bassa ma comunque non facile da raggiungere in questi anni, in cui nessuno è disposto a spendere per acquistare musica, e ce l’abbiamo fatta: molti dei sostenitori sono nostri vecchi fan, ma altri hanno sentito il teaser che abbiamo preparato e si sono riconosciuti nel nostro tipo di musica.

Perché voi ormai avete un pubblico di fedelissimi…

Sì, noi esistiamo dal 2004, anche se prima ci chiamavamo Susina’s Silver Club. Abbiamo voluto far uscire il secondo disco a 15 anni esatti dalla nostra nascita. Facevamo rock tradizionale con momenti blues, ma soprattutto rockabilly ballabile. Erano i tempi dell’università e ci ponevano come alternativa alle discoteche. Facevamo anche dei bei pienoni! Da Strange Silver Man abbiamo mantenuto questa nostra orecchiabilità, anche se abbiamo virato verso un sound più maturo, con più blues e influenze folk-rock. Infatti vi sono, accanto a brani più scanzonati, anche brani d’ascolto.

Parliamo del disco “Private sea”: quali sono le principali differenze col vostro omonimo disco d’esordio del 2014?

È sicuramente più protagonista la tastiera, in forma di piano o con altri effetti. Nel disco precedente era presente solo in tre canzoni, suonata da un turnista, perché non avevamo ufficialmente un tastierista. Noi abbiamo questa caratteristica: facciamo chiudere locali e i tastieristi ci lasciano! Qui da subito abbiamo collaborato con Roberto Bennati, che ha scritto anche una canzone dell’album: “The Sidewalk”, che ricorda lo stile di Elton John o di Paul McCartney.
Non vi sono inoltre pezzi in francese in “Private Sea”: nel precedente vi era “El Dorado” – diventato anche il nostro primo singolo-, scritto dal nostro cantante Paolo Caporali in Camerun, mentre era in Africa per lavoro (collabora con una ONG che si occupa di educazione e cultura); ma in questo non vi erano brani che musicalmente si sposassero con questa lingua. Il sound dell’album è decisamente più americano, o inglese, come hanno notato in tanti.
Il singolo che invece abbiamo scelto per lanciare questo nuovo lavoro è “Don’t you struggle alone”: una canzone carica, con un inizio forte e una chitarra elettrica distorta e molto graffiante.

Quali sono canzoni di “Private Sea” che ami di più?

Molto bello è, oltre a “Don’t you struggle alone”, anche “”Ide Mada Odo Sakli Am”, un brano dal sapore reggae scritto in Africa, sempre da Paolo, per metà in inglese e per metà in fulfulde (dialetto di molti paesi del Centrafrica). Tra l’altro è stato realizzato in collaborazione con Victor Lwaaba, un artista Camerunese e, pur avendo un testo semplice (“Col tuo amore mi hai fatto perdere la testa”), in realtà musicalmente è molto stratificata, è dedicata al Camerun e racconta la storia di un incontro importante.
Il chitarrista (Andrea Garbato, alias Killer) ti risponderebbe “Safe Crash”, che è un brano rock ‘n roll.
“Dirty money blues” è però la mia canzone preferita. È di 15 anni fa, una delle primissime che abbiamo provato: originariamente si trattava di un pezzo rock Anni ’90, ma poi si è evoluto ed è diventato un walking-blues.

Hai nominato tre canzoni, citando tre generi musicali diversi…

Come vedi la ricetta prevede molti ingredienti: blues, rock, reggae, folk… addirittura nella title-track vi sono momenti jazz. Questa eterogeneità in passato è stata anche oggetto di critiche. Diciamo che in cinque anni abbiamo avuto modo di sperimentare, ma restando comunque fedeli alle nostre origini rhythm and blues e senza uscire mai dai canoni classici di questi generi tradizionali. Poi comunque il lavoro del fonico Nola è un altro elemento che contribuisce a dare omogeneità al disco. Lui è con noi con noi dal 2014, anno dell’uscita del nostro primo album: l’avevamo registrato al Mu-rec studio, splendido studio vintage, specializzato in musica jazz, e lui aveva, in fase di mixaggio, dato corpo alle tracce. Questa volta ha seguito tutto lui, dalla registrazione (presso il “Boombox Studio”) alla post produzione.

Beh, io penso che chi si diverte a suonare non debba farsi problemi a proporre e ascoltare i generi musicali più disparati.

Sì, ognuno di noi ascolta tanti generi diversi, che in sala prove inconsciamente porta con sé ed esprime suonando: io ad esempio ascolto anche rap, il batterista Stefano Romano è un appassionato di jazz e classica, Filippo Rapisarda (sax tenore e harmonica) è un “soul-man”… ma spesso non tutto quello che ascoltiamo e ciò che suoniamo coincidono.

E ora veniamo alla copertina: la grafica e l’immagine scelta sono davvero particolari…

La copertina rimanda alla canzone che dà il titolo al disco: “Private Sea”. La foto è di Paolo, il nostro cantante. Al parco un giorno vide dei bambini che giocavano, in una piscina, dentro a palloni galleggianti trasparenti, come dei criceti. Ci piaceva e allora abbiamo chiesto alla grafica Stefania Antonioli (molto legata alla band e soprattutto a me, dato che mi ha sposato), di lavorarci utilizzando uno stile minimal e così è nata la copertina del disco: un font tutto nuovo per Strange Silver Man.

Nel precedente album, la copertina ritraeva un pulmino in acqua che non si capiva se stesse affondando o emergendo. Questo rifletteva l’eterogeneità del disco: era chiaro o oscuro? Anche in questo resta il tema dell’acqua e quest’ultima ambiguità: i bambini si stanno divertendo, ma sono chiusi dentro a dei palloni, non toccano l’acqua e non si incontrano mai. In più, di spalle, si intravede la figura inquietante del custode della giostra.
“Private Sea”, il mare privato, rimanda infatti anche all’individualismo e all’egoismo: scritta da Paolo, questa canzone racconta della chiusura dei porti (tema che lui ha molto caro e che, per via del suo lavoro, conosce bene). Quindi è sì un album allegro, ma contiene comunque spunti di riflessione interessanti.
“House of gods”, ad esempio, è un pezzo dal sound abbastanza cupo (anche se trascinante).
E comunque una punta di amaro ci sta in un album rock-blues.

Sulle t-shirt, però, non è riportata l’esatta immagine di copertina.

Una copertina così è molto colorata ed è difficile riprodurla in maglietta e allora ci siamo rivolti a un illustratore, Simone Fumagalli, che è riuscito a sintetizzare efficacemente in un disegno la foto di Paolo. Vedo che stanno piacendo: al crowdfunding le hanno acquistate in tanti.

Per concludere: avete in programma qualche concerto a breve?

Ora dobbiamo promuovere il disco, ma a Milano purtroppo tanti locali stanno chiudendo (non vorrei che portiamo sfiga noi!). Spesso ci esibiamo al Julep, o un locale a cui siamo affezionati è il Jet Cafè -in ristrutturazione- o Il Vinile, che però ha chiuso. Di date già fissate al momento non ne abbiamo perché vorremmo riprendere un attimo fiato.
Comunque sulla nostra pagina Facebook ( www.facebook.com/strangesilverman ) pubblicheremo senz’altro ogni novità in merito.

I migliori album del 2019 secondo la redazione di intheflesh.it

Come da tradizione, eccovi una manciata di album che ricorderemo di quest’anno, che sta per finire. Non si tratta di una classifica, ma ognuno di noi ha messo sul piatto, in ordine sparso, i suoi preferiti.

Buon ascolto e buon 2020!

MARIO

1 – Bon Iver – “i,i”

2 – Sharon Van Etten – “Remind Me Tomorrow”

3 – Vampire Weekend – “Father of the Bride”

4 – Purple Mountains – “Purple Mountains”

5 – Nilüfer Yanya – “Miss Universe”

6 – Floating Points – “Crush”

7 – Sandro Perri – “Soft Landing”

8 – Beyoncé – “Homecoming: The Live Album”

9 – Mark Ronson – “Late Night Feelings”

10 – Clairo – “Immunity”

 

BRIAN

Oltre a quelli già nominati su Facebook (la nostra pagina è sempre attiva e vi consigliano di visitarla e promuoverla), segnalo questi:

1- fontaines DC – “Dogrel”

2- Rustin Man – “Drift code”

3- Brian Jonestown Massacre – “The Brian Jonestown Massacre”

4- The Dream Syndicate – “These times”

5- Snarky Puppy – “Immigrance”

6- Vulfpeck – “Live at Madison Square Garden”

7 – Korn – “The Nothing”

8 – Dirty Honey – “Dirty honey”

9- Van Morrison – “Three chords and the truth”

10- Tool – “Fear Inoculum”

 

ANDREA

1. Salmo – “Playlist”

2. Marracash – “Persona”

3. The Night Skinny – “Mattoni”

4. Fabri Fibra – “Il Tempo Vola”

5. Machete – “Machete Mixtape 4”

6. Madman & Gemitaiz – “Scatola Nera”

7. North of Loreto – “North of Loreto”

8. Coma Cose – “Hype Aura”

9. Zen Circus – “Vivi si muore 1999 – 2019”

10. Kayne West – “Jesus is King”

 

SONIC

A 10 album nuovi non ci arrivo quest’anno, ma direi:

1- Opeth – “In cauda venenum”

2- Tool – “Fear inoculum”

3- Pineapple thief – “Hold out fire (live)”

4- Dream Theater – “Distance over time”

5- Flying Color – “Third degree”

SULLO STREPITOSO LIVE DEI VULFPECK AL MADISON SQUARE GARDEN

Dopo aver visto il concerto dei Vulfpeck al Madison Square Garden ho cercato a lungo un aggettivo che potesse descrivere a pieno quello spettacolo, ma non ci riuscivo. Un mio amico musicista li definì “devastanti”, ma era un termine forse troppo aggressivo per una band -da noi semi sconosciuta- che suona un genere a cavallo tra il funky, il soul e il jazz (anche se è vero che sbaragliano ogni concorrenza). Ho provato con “spettacolare”, “sbalorditivo”, “clamoroso”… ma non bastavano. L’unica parola che mi pareva adatta era il termine inglese “astonishing”, che rende al meglio, anche per come suona, la sensazione di restare a bocca aperta, senza parole.


Innanzitutto la qualità tecnica dei musicisti è impressionante: sono tutti polistrumentisti e cantanti e durante lo show dimostrano la loro incredibile versatilità: vediamo il batterista che va alla chitarra, poi al piano, il pianista che suona dei pezzi al sax e così via. Ma un conto è dirlo e un altro è vedere questa onnipotenza tecnica attuarsi con una nonchalance e una sprezzatura che esalta, ma che, soprattutto, diverte.

Ed eccoci al secondo punto: sono una band divertente! Sarà il genere musicale, immediatamente coinvolgente, ma io credo che questa loro caratteristica dipenda soprattutto dal fatto che loro stessi, in primis, si divertono come pazzi. Non voglio spoilerare troppo, ma sappiate che durante la serata sale sul palco, oltre a una marea di ospiti (tutti musicisti pazzeschi) anche la madre del frontman Jack Stratton, incaricata di far fare yoga alla platea.
Che loro siano un po’ matti l’avevamo già capito quando nel 2014 pubblicarono provocatoriamente “Sleepify“, un album di tracce mute per accompagnare le fasi del sonno e coi proventi (fu il loro più grande successo commerciale!!!) si finanziarono un tour promozionale in cui la gente poteva assistere gratuitamente ai concerti.


Concludo con un ultimo punto: la regia. Scegliere di filmare l’intero concerto in presa diretta dal palco, dà a chi guarda l’impressione di essere in una sala prove più che di stare assistendo a un mega evento da decine di migliaia di spettatori. Complice è un aria rilassata e giocosa, un viavai di ospiti -come in un salotto- e una scenografia semplice e casalinga, come se il palco fosse la cameretta di un adolescente. Ma il pubblico c’è, viene coinvolto e si sente: certe inquadrature del proscenio, infatti, con l’artista di spalle e la semi oscurità di fronte hanno un sapore quasi epico.

È uscito anche il disco, ma questo è uno di quei concerti che vanno assolutamente visti. Godetevi questo splendido regalo di Natale anticipato!

“A BLOOMING BLOODFRUIT IN A HOODIE” – Ambrose Akinmusire (2018)

L’album Origami Harvest, che si apre con questa canzone, è un capolavoro assoluto, che sarà considerato una pietra miliare nella storia della musica jazz, ma non solo. In questo lavoro, il trombettista Ambrose Akinmusire riesce a fondere magistralmente musica classica (un quartetto d’archi), jazz (la sua tromba che si staglia limpida su un’architettura sonora dalla quale non ti aspetti che possa emergere la sua voce), rap, sonorità elettroniche e soul music. Sì lo so, un conto è leggere di questa impossibile miscela e un conto è riuscire a immaginarla!

La prima volta che ho ascoltato A blooming bloodfruit in a hoodie, dedicata all’omicidio del diciassettenne nero Trayvon Martin da parte di un vigilante delle ronde di quartiere, avvenuto in Florida nel febbraio del 2012, sono rimasto senza parole.
La canzone è in grado di mandare in estasi -e non scherzo-: è pura bellezza senza confini. Con questo lavoro il trombettista di Oakland realizza il sogno di Miles Davis (uno dei suoi grandi maestri) di una musica aperta, inclusiva, che frantumi le barriere tra generi diversi in un’armonia nuova, più grande e inaudita.

MOTORPSYCHO @ LATTERIA MOLLOY (Brescia, 11/10/19)

I Motorpsycho sono una band sottovalutata: in molti hanno usato la parola “geniale” per definire la loro musica -così complessa e ricchissima di influenze diverse-, ma di fatto Bent Sær e soci, dopo 27 album, non sono ancora riusciti ad entrare nel “giro grosso”. Sarà perché continuano, in modo anacronistico, a proporre dal vivo (e in studio) canzoni da 20 o più minuti, sarà perché si ostinano a non essere radiofonici -nel senso brutto del termine-, o perché il loro rock è colto, difficile, sporco ma raffinato… insomma, perché fanno ancora grande musica ispirandosi a grandi maestri. Comunque sia, invece di riempire i palazzetti, li ritroviamo in locali di piccola capienza, come la Latteria Molloy di Brescia, il cui parterre è per metà occupato dal bancone del bar e che ha un soppalco che è solo spazio ristorante: più un disco-pub che una sala concerti. Nonostante questo, i nostri hanno suonato per tre ore filate, senza sbagliare un colpo. Contando che dalla Norvegia il viaggio non è breve, viene solo da ammirarli per la passione che, dopo trent’anni, ancora li sostiene e li fa andare avanti senza svendere il loro grande talento.

Alle 9.30 spaccate -invece che alle 22.00, come di consueto in questo locale- si spengono le luci: il fischio d’inizio è stato anticipato per volere della band che, avendo un orario di fine improrogabile, si è così ritagliata mezz’ora di musica in più.
L’esordio è già una perla: “Year zero (a damage report)”, dall’album “Little lucid moments” (2008). Il brano inizia con un riff che si ripete sempre identico, ma cresce pian piano d’intensità e potenza, per più di tre minuti, fino ad esplodere incontenibile e, successivamente, trasformarsi in un soffio di voce tenue tenue, prima di un nuovo crescendo. Se sui dischi dei Motorpsycho la cura delle dinamiche del suono (l’alternanza di forte e piano) colpisce anche l’ascoltatore più distratto, figuriamoci dal vivo: passare da un muro compatto di suono formato schiacciasassi a un arpeggio malinconico ricco di riverberi ed echi è un cambio d’atmosfera che lascia senza fiato. Anticipo che il concerto si è concluso con il lunghissimo diminuendo alla fine di “Fools gold” (dall’album “Blissard”,1996), come a suggerire l’idea di un lungo percorso sonoro pensato per aprirsi, dipanarsi attraverso la scaletta e concludersi in modo speculare rispetto a come è iniziato.

Nel corso del concerto la band ha mostrato tutta la sua straordinaria versatilità passando da sonorità più acide e psichedeliche anni ’70 (“Hogwash”) a momenti progressive -come la cover di “The pilgrim”, di Wishbone Ash-, ma non sono mancate cavalcate hard ‘n heavy (“Psychotzar”), solari momenti folk-rock (“Go to California”) o tuffi nel jazz, nel grunge, nell’alternative-rock anni ’90… A un certo punto è diventato quasi un gioco individuare tutti i richiami alle fonti ispiratrici della band norvegese (anche se spesso le canzoni erano tanto stratificate da rendere il gioco davvero complicato).
Va detto tuttavia che i brani più efficaci ed esaltanti sono stati quelli tratti dai loro ultimi due album, “The tower” e “The crucible”: autentici capolavori. In tanti sostengono che “Timothy’s monster” (1994) sia stato il loro miglior lavoro in studio per la sua imprevedibilità (e “Feel” infatti è piaciuta non poco) ma, secondo me, negli ultimi tempi la loro musica ha toccato livelli ancora più alti. La già citata “Psychotzar” e l’infinita “The crucible” dall’ultimo disco e “The cuckoo”, “A.S.F.E.” e “The tower” dal penultimo hanno raccolto uno scroscio di applausi convinti.

Stasera abbiamo puntato sulla qualità: Bent Sær (basso), Hans Magnum Ryan (chitarra) e Tomas Järmyr (batteria) sono dei musicisti fenomenali. Purtroppo va detto che come cantanti potrebbero essere più accurati, ma anche negli anni ’70 -epoca a cui si rifanno volentieri- la voce era spesso un elemento sonoro affidato più all’istinto che allo studio. E infatti la musica dei Motorpsycho resta calda e sincera, nonostante le sue sofisticate architetture.

SCALETTA

Sulla nostra pagina Facebook (https://www.facebook.com/inthefleshblog/) abbiamo pubblicato una playlist con le canzoni della serata; visitatela, metteteci un bel like e invitate i vostri amici a fare lo stesso!

RICORDANDO NANNI SVAMPA (Milano 28-02-38, Varese 26-08-17)

“Ci facciamo una cantatina?”
“Dai, prendi la chitarra!”
“Chi è che dis ch’el vin el fa mal / l’è tutta gente, l’è tutta gente / chi è che dis ch’el vin el fa mal / l’è tutta gente de l’ospedal…”.

Avrò vissuto questa scena centinaia di volte: le serate più divertenti che io ricordo iniziavano tutte con del buon vino, una chitarra e “Minestron” (un medley di canzoni da osteria) di Nanni Svampa. Da lì si attaccava a cantare “Se gh’hann de dì”, inventando di volta in volta strofe nuove sui presenti, “Camerer porta mez liter”, “E mi la donna bionda”, “El magnano”, “Spazzacamino”, “Pellegrin che vien da Roma”, “Coccodì coccodà”… tutte canzoni che non si imparano dalla radio ma cantandole con amici più grandi attorno al fuoco di un bivacco, alle feste di paese o nelle più accoglienti taverne del lungolago di Varese.
Sono canzoni davvero popolari, ma non nell’accezione che in inglese ha l’aggettivo “popular”, cioè “di massa”, ma in quella più profonda di “folk”, cioè radicate nella tradizione di un popolo: “Milano canta” è il titolo di una serie di album dei Gufi che riassume molto bene questo concetto.
Fra i grandi cantautori milanesi, lui è stato quello che più di tutti ha mantenuto questa genuinità “da osteria”.

Eppure Nanni Svampa non è stato un artista grezzo, anzi…
Negli Anni ’60 il teatro Derby di Milano era il centro della vita culturale della città: lì si esibivano Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo e, naturalmente, i Gufi. Svampa (“il cantastorie”), Lino Patruno (“il cantamusico”), Gianni Magni (“il cantamimo”) e Roberto Brivio (“il cantamacabro”) portavano sulle scene i loro show di musica e cabaret riproponendo da un lato la tradizione della canzone dialettale che andava scomparendo e dall’altro delle composizioni satiriche, grottesche, spesso venate di humour nero, come a sottolineare che dietro ad ogni risata rimane un fondo d’amarezza.

Ma per capire la portata culturale di Svampa come cantautore bisogna andare al suo primo album: “Nanni Svampa canta Brassens”. Come Fabrizio De André, anche il milanese si era innamorato dell’arte del maestro francese e, notando una certa somiglianza d’accenti tra la lingua d’oltralpe e il dialetto di Milano, decise di incontrarlo (cosa che De André non volle mai fare, per non rovinare l’immagine splendida che di lui si era fatto nella fantasia) e, con lui al suo fianco, tradurne i brani più celebri.
Videro così la luce “La prima Tosa”, “La vocazion”, “La Rita de l’Ortiga”, “L’ombrella”, “La donna de cent cinquanta franc”… e per gli appassionati di de André: “El gorilla” (“Il gorilla”), “I assassit” (“Delitto di paese”) e “El sposalizzi” (“Marcia nuziale”).
Fu un album che spalancò le finestre della città meneghina, lasciando entrare il vento fresco della grande canzone d’autore francese, ma al contempo la “milanizzava”, ambientando le storie parigine tra la Bovisa e “el pont de l’Ortiga”. Le canzoni di Brassens diventavano canzoni popolari milanesi a tutti gli effetti e si veniva a creare una nuova tradizione “alta” di canto popolare.

Oggi, secondo anniversario della sua scomparsa, mi sembra una bella occasione per riguardare questo documentario autobiografico, girato dallo stesso Nanni Svampa, che termina con il passaggio del testimone da lui a Davide Van De Sfroos, colui che ha riportato la canzone in dialetto a livelli poetici degni del più nobile cantautorato.
Buona visione e buona cantata!