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TREVES BLUES BAND @ Teatro “Giuditta Pasta” (Saronno, 10/07/20)

Questa non è stata solo una grande serata di musica blues: in ballo c’era molto di più.
Innanzitutto è stato il primo concerto in presenza -degno di questo nome- dai tempi del lockdown nella zona di Saronno e dintorni. Inoltre, a celebrare questa grande vittoria sulla paura e sul silenzio c’era un arzillo settantunenne, il classico “soggetto a rischio”, disposto a tutto pur di non perdere più il contatto col suo amato pubblico. E questo amore è stato tangibile a fine serata, quando il Puma di Lambrate, con gli occhi lucidi, non voleva più scendere dal palco.
Certo, va detto che sono ovviamente state rispettate tutte le norme di sicurezza necessarie (mascherine, gel disinfettante, distanziamento…), trattandosi di un concerto svoltosi al coperto a causa del maltempo.

Ed ora veniamo alla musica: “Esistono dei puristi per cui il vero blues è solo quello suonato dall’agosto del ’39 al marzo del…ma per favore!”. Così ha esordito Fabio Treves dopo il suo ingresso sul palco, senza porre limiti a un genere dall’impalcatura fissa, ma che in realtà presenta infinite sfumature a seconda di chi lo suona, degli strumenti utilizzati, dell’uso o meno dell’amplificazione… Infatti abbiamo sentito delle potenti canzoni rythm & blues accanto a brani dal sapore jazz d’atmosfera e a walkin’ blues da strada, suonati senza amplificazione con l’accompagnamento di pentole e cucchiai. Inoltre, insieme a grandi classici rivisitati di Muddy Waters, dei Canned Heat o di altri grandi maestri, abbiamo potuto ascoltare brani originali come la splendida “Soulsaviour” (“Save my soul, have mercy on me”), firmata dal chitarrista e cantante Alex “Kid” Gariazzo, nata durante il lockdown e dedicata alla musica.

A proposito di quest’ultimo va spesa una nota di merito, perché è davvero un musicista eccezionale. Il suo feeling col Puma è perfetto e dà origine a una cascata di assoli davvero da capogiro. Ma anche quando umilmente si limita ad accompagnare i bizzarri siparietti del batterista Massimo Serra o le parti cantate si dimostra degno di suonare con Fabio Treves: un super armonicista che ha collaborato anche con Frank Zappa, gli ZZ Top, Bruce Springsteen e molti altri importanti nomi della musica; un colto divulgatore del blues in tutte le sue forme e un grande animale da palco.

Se proprio va trovato un neo alla serata, potremmo accennare al fatto che il suono del basso di Gabriele “Gab D” Dellepiane (altro fenomeno) risultava un po’impastato, ma per il resto anche i tecnici, coloro che hanno più sofferto a causa del lockdown, han fatto un lavoro eccezionale: la batteria, ad esempio, aveva un suono straordinario, naturale.
Il ritorno della musica live non poteva essere celebrato in modo migliore!

Noi vi consigliamo assolutamente di dare un’occhiata alle loro prossime date e, se potete, di non perderveli:

– Sabato 25 luglio – MILANO – Castello Sforzesco

 – Domenica 26 luglio – BLEVIO (CO) – Piazza Villa Marta 

 – Venerdì 31 luglio – VERBANIA – Il Maggiore Centro Eventi – Arena Esterna

 – Sabato 8 agosto – VARESE – Giardini Estensi – “Black & Tube”

 – Lunedì 17 agosto – PIOMBINO (LI) – Porticciolo di Marina

 – Sabato 29 agosto – FIORENZUOLA D’ARDA  (PC) – “Dal Mississippi al Po Festival” (special guest EUGENIO FINARDI)

 – Domenica 27 settembre – ROVIGO – Nuovo Polo Culturale – “Delta Blues Festival”

 – Venerdì 2 Ottobre – RANICA (BG) – Druso

Per maggiori info: http://www.trevesbluesband.com 

SHAKE & SHOUT (LIVE) / DON’T GIMME THAT (The BossHoss, 2011)

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Era un po’ che mancavo e ho deciso di tornare con una doppia Daily Song!
Per la serie “il mondo è strano forte”: ecco a voi The BossHoss!
Coronati da un enorme successo di pubblico all’estero, da noi son praticamente sconosciuti (tanto per cambiare).
Look tex-mex, con tanto di stetson, longhorn sul cofano e accento marcatamente sudista: da dove mai potranno venire questi cowboy? Ma da Berlino, ovviamente!
A questo punto i casi sono due: o li si etichetta come pagliacci e si tira dritto, o ci si ferma un secondo, ci si fa una risata divertita e si dà loro una chance. Per chi ha scelto di seguire questa seconda pista, la goduria sarà tanta…
Punto primo: dal vivo sono una bomba! Ho avuto la fortuna di vederli al Wacken Open Air, nel 2012 e, pur non c’entrando nulla col contesto (al festival si esibiscono prevalentemente gruppi heavy metal), son riusciti a far ballare nel fango 80.000 scettici.
Punto secondo: nel caso non si fosse capito, hanno un tiro pazzesco, come solo chi nasce per essere una band da festa può avere (e che siano nati per suonare ai raduni dei bikers tedeschi –tra i più numerosi al mondo- lo dice il nome stesso della band).
Punto terzo: con una formazione composta da sette musicisti (e almeno il doppio di strumenti), ognuno dei quali è in grado di fare da voce solista, The BossHoss dimostrano una notevole versatilità, rara nelle band rock ‘n roll –non a caso amano definirsi “coutry trash punk rock band”-.

Le canzoni che vi propongo sono tra le più famose del loro repertorio. La prima è “Shake & Shout”, nella versione live contenuta nell’album “Stallion Battalion” del 2008; la seconda, invece, è forse la loro hit più radiofonica: “Don’t gimme that”.
Come amo dire alla fine dei miei pezzi… Provate a non ballare!

 

PS: Non so voi, ma io li voglio in Italia (vestito da cowboy)!

Omaggio al grande maestro Ezio Bosso e alla “sua” musica

Quando nel 2016 vidi il maestro Ezio Bosso fare il suo ingresso sul palco dell’Ariston, la mia prima reazione (purtroppo devo ammetterlo) fu di fastidio: non nei suoi confronti, ma della Rai, che credevo stesse sfruttando il suo handicap per suscitare facili sentimenti di compassione.
Evidentemente non conoscevo il personaggio ed ero caduto nella trappola del pregiudizio, che il maestro e compositore torinese ha sempre combattuto fino alla morte: l’avevo giudicato a prima vista, a partire dalla sua malattia, senza sapere nulla di lui.
Poi ha iniziato a raccontare a fatica di sé, della musica, ha commentato ed eseguito la sua “Following a bird“, dall’album “The 12th room“, gettandosi -letteralmente- sul pianoforte prima dell’esecuzione in modo goffo, come preso da uno spasmo, salvo poi eseguire il brano con una delicatezza unica. Ho assistito a una vera trasfigurazione, come direbbe Nick Cave.
Mi sono vergognato della mia meschinità, che però mi ha permesso di sorprendermi e commuovermi per il fatto di essermi trovato di fronte a un uomo vero, straordinario (“occorre perdersi per ritrovarsi“, amava ripetere, e io credo di averlo capito).

Si è tanto parlato di Ezio Bosso dopo la sua morte, e mi sono chiesto se davvero occorresse buttare giù due righe per celebrare un uomo che già tutti han celebrato. Ma poi mi sono risposto che non voglio scriverne per cantare le sue lodi, ma per cercare di capire cosa lo ha reso speciale e per imitare il suo modo di porsi nei confronti della vita, fino a far mia la certezza che esiste qualcosa di più grande della sofferenza e della malattia.
Innanzitutto sono corso a guardare le sue interviste e i suoi concerti. Quelle che seguono sono annotazioni da alcuni suoi interventi (soprattutto quello al Festival Sanremo, l’intervista per il periodico “Tracce”, quella di fanpage.it, per il programma “i dieci comandamenti” e un suo concerto per programma radiofonico “Showcase”). Qui ho trovato la conferma di ciò che a pelle mi aveva suscitato il primo incontro con il maestro.

Innanzitutto vedere un uomo felice -davvero felice- colpisce, fa invidia (anche se non fa notizia). Vedere un uomo con una malattia neurodegenerativa gravissima sorridere, anche con gli occhi, in modo incontenibile, commuove.
Ho avuto una vita meravigliosa” era il suo mantra. Lo ripeteva sempre, nella gioia e nel dolore.
Eppure alla domanda: “Sei felice?” lui rispondeva: “Non te lo so dire, ma di sicuro tengo stretti i momenti di felicità. Li vivo fino in fondo, fino alle lacrime, perché saranno quelli a salvarti nei momenti bui“.

A fargli vivere quei “momenti di felicità” è stata sicuramente la musica. “Come tutta la bellezza è una necessità“, diceva. E questa sua tensione alla bellezza era evidente. Anche il silenzio era da lui vissuto come una tensione, come un momento pieno di attesa, in cui ognuno si scopre pieno di desiderio e impara a guardare: “Non facendo più silenzio, non sappiamo vedere che la bellezza è sempre a portata di mano“.
Questo è lo sguardo di chi umilmente si riteneva servo dell’arte, più che suo artefice: “La musica che scrivo non è mia, ma diventa di chi la suona quando la suona, di chi la ascolta quando la ascolta… Si può fare solo in un modo: insieme, perché è un atto d’amore“. Inoltre considerava il fare musica insieme un atto politico (nel senso etimologico del termine: l’orchestra infatti era vista da lui come una società ideale, in cui il miglioramento di uno influisce sull’armonia poli-fonica di tutti) e un sacrificio, cioè qualcosa che rende sacro ciò che tocca.
Ciò significa che “la musica purifica la realtà, ci avvicina al mistero di cui già partecipiamo, facendoci sentire parte di un disegno più grande, non controllabile. È la rappresentazione divina nelle mani degli uomini“.
E la sua musica delicata è proprio il riflesso di un’anima disponibile a lasciarsi stupire dalle cose, innamorata del “Chiaro di luna” di Beethoven (e si sente), qualcosa che “fa volare, che è meglio di camminare“.

Molti invidiosi sostengono tutt’ora che la carriera di Bosso sia stata agevolata dalla sua condizione, che molti giovani compositori meritevoli non abbiano avuto le sue possibilità lavorative. Lui ironizzava dicendo che si trattava dell’antica storia del saggio e della luna: “C’è chi invece di ascoltare ciò che so fare vuol guardarmi le ruote. Per loro le ho fatte lucidare, così almeno potranno vedere delle belle ruote”.
Eppure è sbagliato pensare che la sua malattia non abbia influito sul suo modo di dirigere, di comporre o di suonare. Come il grande Claudio Abbado, ormai anziano e prossimo alla fine, anche lui diede ai suoi ultimi concerti uno struggimento unico, così come Ferenc Fricsay -malato terminale- a “La Moldava” di Smetana, nel 1960. Cio che rende uniche queste performance è il tocco ineffabile di chi si dona tutto, senza sconti, perché sa che ogni istante è prezioso.

Chiunque l’abbia visto suonare o dirigere un’orchestra rimaneva a bocca aperta perché vedeva un uomo appassionato, che non si risparmiava per paura della sofferenza.
“Passione”, però, è anche il termine che indica la via della croce e mai parola fu più giusta -a mio avviso- per descrivere la sua vita.
Dopo i concerti vado a letto stremato, ma felice e nostalgico“.

Ezio Bosso è stato, senza dubbio, un uomo che ha vissuto intensamente la realtà. Ogni brutto colpo della sorte veniva vissuto come occasione per una rinascita, per affezionarsi di più all’esistenza, al suo pianoforte, alla vita. Per descrivere la sua esistenza usava la parola “lotta“, mai “sconfitta”.
Anche nei rapporti viveva questa assoluta apertura d’animo, che su traduceva in una disponibilità all’incontro: “Per me esserci vuol dire esserci, per gli altri, non solo su un palco“.

Una tale forza non può che trarre nutrimento da radici profonde. Infatti la parola “radici” spesso ritorna nei suoi interventi. Se prima amava definirsi “profondamente sradicato”, perché obbligato a vagare di città in città, dopo la morte del padre iniziò a interrogarsi sulla profondità di questo termine. “Certi avvenimenti”, diceva, “separano i momenti veri da quelli che crediamo siano importanti e riattivano la memoria. Così uno scopre chi è veramente”. Ripercorrendo col ricordo gli incontri fondamentali che lo segnarono, arrivò alla fine a dire che: “Più uno si lega e più, paradossalmente, diventa libero“.

E proprio la sua famiglia è stata il luogo che ha permesso che crescesse la sua passione per la cultura e per la musica. “Mio padre era tranviere e mia madre operaia della Fiat. Venivano dalle lotte partigiane per la liberazione e loro ci credevano, credevano che una liberazione fosse possibile, soprattutto attraverso la cultura: infatti casa mia era piena di libri. Si indebitavano per comprarli!“. Da qui nasce senz’altro la sua sete di giustizia sociale perché, diceva: “Non è giusto che un povero non possa diventare direttore d’orchestra“.

Ezio Bosso aveva trovato la via giusta per la sua liberazione, lottando e cercando di non perdere mai la capacità di stupirsi di fronte alla bellezza. Io credo che anche per noi queste possano essere preziose ancore di salvezza in questo tempo di paura, crisi, incertezza, sofferenza… perché, in fondo, il compito dell’arte è proprio “svelare il mistero, che non significa spiegare il trucco, ma entrare in quella cosa meravigliosa che è la vita quotidiana”.

WE LOVE THE PIRATES (The Roaring Sixties, 1966)

E’ morto all’età di 79 anni Ronan O’Rahilly, il fondatore della prima stazione radio pirata nel Regno Unito: Radio Caroline.

Nel 1964  trasmetteva al largo della costa dell’Essex e sfidò il monopolio della BBC, che mandava in onda musica solo per un’ora giorno. Erano gli anni ’60, in cui la libertà di espressione trovava un volto negli speaker di queste radio.

We love The pirates” era l’inno di tutti quelli che, dopo la decisione del governo di sopprimere queste ultime, dichiaravano ad esse il loro amore e il desiderio che quell’esperienza potesse non finire.

Oggi la loro eredità è raccolta da tutti quelli che, grazie a internet soprattutto, riescono a comunicare liberamente in tutto il mondo “nuove prospettive musicali” (l’accenno al motto di intheflesh.it non è ovviamente casuale).

Nel video si vedono le immagini delle più importanti stazioni radio-pirata (Radio Caroline in primis), a bordo delle quali si respirava un’atmosfera resa splendidamente dal film “The boat that rocked”, “I love Radio Rock” nella versione italiana.

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Messo in commercio dalla Polydor, il brano non riuscì ad avere un grande impatto nelle classifiche, nonostante la sua continua diffusione sulle radio della costa.

Una versione promozionale di We love the pirates venne incisa anche dagli Shh: ora questo disco è tra i più ricercati dai collezionisti (anche perché fu il primo dell’etichetta Marmelade).

The roaring 60’s, conosciuti anche col nome di The Ivy League (ma si chiamavano anche The flower pot men e White planes and the first class) incisero questo brano con un certo Steve Priest ai cori; tale Steve sarà poi bassista e cantante degli Sweet (“are you ready Steve?” “mmm”. Ve lo ricordate? In Ballroom blitz…).

Questa canzone potete trovarla anche nel doppio LP Veronica e nel doppio CD The Veronica Story, dal nome dell’omonima radio libera e vuole essere un mio personale tributo a quel periodo e a tutte le radio libere che hanno trasmesso nel mondo e in Italia fino al maggio 2008.

L’INTERVISTA PERDUTA -E RITROVATA- A PADDY MOLONEY (THE CHIEFTAINS)

The Chieftains sono la più illustre band folk irlandese degli ultimi cinquant’anni. A me è capitato l’onore di intervistare Paddy Moloney con il nostro Samuele il 12 aprile del 2010, esattamente 10 anni fa, per il programma radiofonico “La Quaglia Amplificata” (Radio Missione Francescana), in occasione della data varesina del tour di “San Patricio”, album premiato ai Grammy Awards, che fonde musica irlandese e sonorità messicane grazie allo zampino di Ry Cooder.

Siete in tour in Europa?
Siamo solo tornati indietro dagli Stati Uniti dopo sette settimane. Questo è un paese speciale. Succede qualcosa di nuovo ogni giorno. Specialmente dopo l’ultimo album “San Patricio”. Ci arrivano tantissime offerte ed è una cosa molto positiva.

 Che tipo di esperienza è stata lavorare con Ry Cooder per la registrazione di “San Patricio”?
Si, quella narrata è una storia in cui mi sono imbattuto trent’anni fa, stavo realizzando della musica sulla Guerra Civile americana e ho trovato questa vicenda. E’ molto interessante, perché parla di un irlandese, John Raelly, che era il comandante dei britannici che hanno combattuto con i messicani. Era un personaggio molto speciale, perché – come molti irlandesi – andò in America al tempo della carestia, nel 1845 e ha dovuto unirsi all’esecito americano per sparare ai cattolici messicani. Ma Railly non poteva accettare l’ingiustizia del fatto che la terra venisse loro tolta. Aveva fatto la stessa esperienza in Irlanda con i vicini inglesi che erano venuti a “far visita” e si sono dimenticati di andarsene. E’ una situazione molto simile. E anche molti comandanti americani non erano d’accordo, come il comandante Grant, che divenne presidente degli Stati Uniti. Lui era completamente contrario alla guerra, riteneva fosse una terribile ingiustizia. E’ una storia che non è mai stata raccontata, questa azione di quaranta uomini irlandesi… Se si va nel museo a Città del Messico, dove noi abbiamo trascorso settimane registrando e facendo ricerche -è stato molto bello- viene narrata tutta la storia, si vedono i nomi degli Irlandesi, le armi, i cannoni, le bandiere… Anche sulla copertina dell’album si vede l’immagine della Vergine di Guadalupe. E’ un’icona che viene dalla Galizia, nel nord ovest della Spagna, culturalmente collegata a Cuba e al Messico. Da qui la scelta dell’immagine della madonna sulla copertina.

 

Che senso ha suonare la musica folk oggi, in un mondo nel quale i legami con le tradizioni si fanno sempre più deboli?
E’ una grande arte popolare ed è stata riconosciuta come una delle più significative di sempre. E’ bello che ci siano tanti giovani che ripropongono questo sound. Suonano tutti bene e c’è grande competizione. E’ fantastico, da brivido, sentire certi assolo di flauto e cornamusa. Io non credo che potrei a lungo sostenere questa competizione!

Oggi ci sono ancora tanti giovani che ascoltano e suonano musica irlandese. Per esempio a Boston c’è un gruppo che si chiama Dropkik Murphys. Cosa ne pensi di questo modo diverso di suonare musica irlandese?
Si, conosco i Dropkik! Tutti fanno esperimenti. I Chieftains hanno iniziato a suonare 48 anni fa eppure continuiamo ad andare alla grande, anzi, vorrei rallentare un pò. C’è tastissimo spazio per altri ottimi gruppi, come le Cherish e Johnny Madden. I Cherish hanno dato vita al loroo gruppo tanti anni fa e, a un certio punto si sono chiesti: cosa facciamo di sbagliato? Chiediamo a Puddy Moloney cosa farebbe lui e copiamolo. Quando ha inciso l’ultimo album hanno lasciato un messaggio sulla mia segreteria dicendo: “Come diavolo hai fatto, Moloney? E’ fantastico! Quand’è che ti tirerai fuori dal gioco, per dare un po’ di spazio a qualcun altro?”. Gli è proprio piaciuto. Ci sono poi altri gruppi che hanno provato altre strade e sono ancora attivi, magari non più come gruppi, ma come singoli musicisti. In ogni caso permettono che le cose vadano avanti. Non sempre, però, mi piace quello che ascolto.

Sai che prima del loro concerti i Dopkik Murphys hanno fatto sentire la vostra “The Foggy Dew” con Sinèad O’Connor?
Oh davvero? Incredibile! E’ stato bello lavorare con Sinèad, abbiamo fatto almeno tre cose insieme, “The foggy dew”, “As the women are”, “The long journey home”. Ultimamente non sono stato in contatto con lei perché è stata in tour in Europa, ma Sinèad canta benissimo, meglio di ogni altra. E’ ora di suonare insieme di nuovo! In questa tournée canterà “The foggy dew” Alice McCormik, che è scozzese gaelica. Canta anche in spagnolo ed è stata con noi come ospite negli ultimi tre anni. Lei canterà la sua personale versione di “The foggy dew”.

Avete collaborato con moltissimi artisti illustri come Sting, Mark Knopfler, Van Morrison, gli Stones… penso all’album “Long black veil” in particolare. Da cosa nasce l’esigenza di affidare a delle voci cosi riconoscibili e che la gente associa ad un universo musicale così distante dal vostro, il compito di interpretare canzoni folk irlandesi? Il risultato è davvero stupefacente!
Nel corso della nostra carriera, nel ’72, Paul McCartney mi ha chiesto di fare due pezzi in un album con il suo caro amico Mike McGuire. Da allora molti artisti come Mike Oldfield – con il quale ho fatto due album – mi hanno chiesto dei contributi musicali. Da allora sono degli amici: “Ciao Mik, ciao Sting, Marianne, Mark Knopfler”… Ho prodotto queste canzoni per loro. Pensa a “The Long Black Vail”: tutti i pezzi hanno dei collegamenti con la musica irlandese. Ho incontrato i compositori della title-track che mi hanno detto, per esempio, che amano la versione di Mick Jagger. Abbiamo fatto venticinque o ventisette album di musica tradizionale irlandese, quindi ho deciso: esploriamo un pò, come abbiamo fatto cose per altri musicisti, loro possono venire a fare le nostre. Credo che questi lavori abbiano ulteriormente allargato i confini -più di quanto mi aspettassi- perché, per esempio, ho scoperto che nella musica messicana ci sono influenze europee ed anche italiane e tedesche, oltre che irlandesi e scozzesi. Si possono trovare nella musica messicana polke, mazurke e gighe. E’ eccitante! E con un diverso approccio si potrebbero scrivere sinfonie per orchestra per san Patrizio.
Ho trovato delle bande di cornamuse a Città del Messico che, tutte le domeniche, marciano suonando per i turisti intorno al museo. Ho sentito altre musiche e altri suoni di altre zone del Messico e sono davvero intense e fantastiche: potre fare cinque o sei cd con tutto questo materiale!
Dopo aver inciso l’album abbiamo fatto una jam-session con Ry Cooder, io suonavo il thin wistle: abbiamo fatto altre 10 canzoni. Abbastanza per fare un altro cd! E’ così eccitante essere riusciti a includere nell’album il sound tipico di nove diverse regioni del Messico. Ci sono le marce, le ninnenanne per i morti, l’immagine della nave che lascia l’Irlanda per andare a combattere per i messicani… c’è un’idea romantica. Bisogna mettere sempre la storia al centro.

Ricordi qualcosa di particolare che è accaduto durante le registrazioni?
Oltre allo stare seduti a tavola bevendo tequila e vino rosso dopo le session… sembrava di essere a un party irlandese! Era anche più di quello che facciamo a casa. Ho incontrato alcuni di questi gruppi che mi hanno raccontato com’è stato difficile iniziare e delle difficoltà che continuano ad avere. Si chiedono come abbiamo fatto noi per quasi 50 anni! Mi sono seduto e gli ho parlato della mia esperienza, dei miei nonni, dei momenti di gioia, danza e musica a fine giornata. Anche loro hanno le stesse esperienze di vita.

Una curiosità: nel 1976 avete vinto il Premio Oscar per la colonna sonora di “Barry Lyndon” di Stanley Kubrik, un regista che nella scelta delle musiche e del modo di accostarle alle immagini si è sempre rivelato geniale e imprevedibile. Come ricordi oggi quell’esperienza, come è avvenuta la realizzazione dei brani?
E’ stato incredibile come siamo riusciti ad amalgamare musica e immagini. In fondo nel film ci sono solo venticinque minuti di narrazione, il resto sono immagini e musica. La musica è molto importante. Secondo Kubrik “Women of Ireland” era un pezzo perfetto e mi ha chiesto di suonarlo per lui. Abbiamo iniziato a parlare e ci siamo trovati molto bene. Mi sono reso conto che mi piaceva moltissimo. Alla fine gli ho venduto venticinque minuti di musica. Anche un pezzo che non è stato utilizzato, perché sembrava che suonassi su una collina, lontano, e questo non succedeva mai nel film. Era veramente un genio e una persona adorabile. Abbiamo dovuto registrare tra le pause di un tour, perché noi volevamo tornare a casa con le nostre famiglie. Ma lui ha detto: portate tutti qui! Era il 1976 e lui era veramente avanti! Quando abbiamo finito di registrare, Kubrik ha organizzato un grande party per tutte le famiglie. Era un uomo di questo tipo.

La musica è nata dalle immagini o le immagini dalla vostra musica?
Sicuramente è iniziato tutto dalle immagini. E’ divertente ricordare come è iniziato tutto. Mi ha telefonato e io ero con un giornalista, nel corso di una conferenza stampa. Mi hanno detto: “C’è mister Kubrik al telefono” e io gli ho risposto: “Gli dica di chiamarmi lunedì, perché adesso sono impegnato”. “D’accordo”, mi hanno detto e il giornalista: “Ma era Kubrik, un genio!”. E’ stato divertente. Poi mi ha detto che intendeva usare un nostro pezzo per un film o per la televisione: voleva avere la nostra autorizzazione.

A proposito di geni, la canzone “Green fields of America” fu composta nello studio di Frank Zappa e fu uno dei pochissimi brani capaci di commuoverlo.
Cosa c’è nel cuore della musica irlandese “in the middle of the irish music heartbeat”, che riesce immediatamente a conquistare chiunque ascolti?
Tocca il cuore. L’ho trovato anche nella gente italiana la prima volta che ho suonato qui, nel 1976. Abbiamo fatto due concerti a Milano. C’ero io con la mia musica, ad esempio la già citata “Women of Ireland”. La gente rispondeva con tale entusiasmo! Conoscevano tutti i pezzi e c’era grande feeling. Riuscivano a legare i pezzi ai giusti sentimenti, alla passione della musica irlandese.
Frank Zappa era molto colpito da questa passione, si sedeva con la sua bella moglie Gael e ci ascoltava. Siamo stati molte volte da lui a registrare: ci dava tutto quello che ci serviva, l’uso della casa e dello studio. E anche dopo la sua morte… il giorno della sua morte noi eravamo lì. Quel giorno c’era il funerale. Io non lo sapevo ma Gael ci ha chiesto di prendervi parte: “Dovete esserci”, diceva. Così siamo andati anche noi ed è stato molto triste. Subito dopo, a casa, c’è stato un party, quasi una celebrazione, con una cena e tutto il resto. Dopo sono andato a casa e ho scritto un pezzo per Frank.

G. K. Chesterton ha detto: “Strano popolo i Gaeli d’Irlanda, perché tutte le loro guerre sono allegre e tutte le loro canzonii tristi”. Cosa pensate a proposito?
Penso che le marce, durante la battaglie, soprattutto quelle che io ho suonato con i Chieftains nel nostro ultimo album, debbano portare entusiasmo. Ci vuole molta allegria, anche se alla fine ci può essere molta tristezza. L’atmosfera dev’essere resa più allegra con strumenti rumorosi e sonori, percussioni, rattle, maracas fatte con vere ossa. Sono strumenti che io stesso ho scoperto! Li ho usati per l’album “San Patricio”, ma li avevo già usati per il disco “The battle of Aughrim”, nel ’74. Nel backsound usammo le ossa di bue, quasi delle maracas, che ci aiutarono a ricreare il clima della battaglia. Il rumore di una battaglia è fatto di tutti questi suoni. L’effetto è eccezionale. Vorrei poter essere un compositore così abile come quelli che hanno realizzato queste muische tanti anni fa!

Nel ’79 avete suonato davanti al papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita in Irlanda. Che ricordo avete di quella giornata?
E’ stato incredibile: tutti erano felici e molti venivano da lontano. Più del 90% degli irlandesi ha visto il papa. Erano felicissimi che fosse venuto in Irlanda. Noi abbiamo cercato di scaldare l’atmosfera prima che atterrasse. Abbiamo suonato per una ventina di minuti, quindi per altri dieci durante la Messa. E’ stato un grande onore. Nel gennaio successivo abbiamo suonato nel Nord dell’Irlanda, c’era la neve e era molto diverso. Poi siamo andati a Milano e da lì abbiamo deciso di andare proprio a Roma in treno con tutta la band e i nostri stumenti!

I Chieftains hanno ancora un sogno nel cassetto?
Certo! Vorrei vincere un altro Grammy! Sulla mia libreria a casa, vicino a tutti gli altri c’è ancora uno spazio vuoto! Il nuovo album che abbiamo fatto, “San Patricio” è arrivato al primo posto delle classifiche per molte settimane ed è ancora in classifica. E’ stato nominato in 20 diverse categorie, magari riusciremo a vincere qualcosa!

The Pitchfork Review

IL CASO PITCHFORK – Pt.2

Clicca qui per recuperare la prima parte

 

2 – Lo sviluppo del “marchio” Pitchfork

Negli ultimi dieci anni Pitchfork ha consolidato ed ampliato il suo marchio lanciando una rivista stampata e aprendo, spesso chiudendo poco dopo, una serie di siti web secondari “a marchio Pitchfork”.

Pitchfork_Media_logo vecchio
Vecchio logo di Pitchfork

Nell’aprile del 2008 viene lanciato Pitchfork.tv, un sito web di video relativi a gruppi musicali indipendenti, poi incorporato nel marzo del 2009 nell’indirizzo Pitchfork.com. Nel luglio 2010 annuncia la nascita di Altered Zones[1], un aggregatore di blog dedicato alla cultura underground e alla musica “DIY” (Do it yourself), ma dopo un anno viene chiuso. Il 21 maggio del 2011, Pitchfork annuncia una partnership con Kill Screen[2], rivista specializzata in videogiochi e sul mondo dell’entertainment in generale, in cui pubblica in una propria sezione alcuni dei suoi articoli. Il 26 dicembre del 2012, Pitchfork lancia Nothing Major[3], un sito web dedicato alle arti visive, chiuso nell’ottobre del 2013.

Nel maggio del 2013 viene annunciata la nascita di The Dissolve[4], un sito web gestito da Pitchfork sul mondo del cinema, incentrato su recensioni, commenti, interviste e notizie. Il suo editore era Scott Tobias, l’ex redattore capo di The A.V. Club, noto giornale online statunitense dedicato alla cultura pop. Il direttore editoriale Keith Phipps annuncia la chiusura l’8 luglio del 2015.

The Dissolve
Logo di The Dissolve

Il debutto sulla carta stampata per Pitchfork arriva nel novembre del 2013, quando sul sito viene annunciata la nascita The Pitchfork Review[1], una rivista musicale trimestrale disponibile solo in formato cartaceo, che include: approfondimenti, fotografie e illustrazioni originali e alcuni articoli selezionati dal contenuto online di Pitchfork. La rivista ha terminato le pubblicazioni dopo 11 numeri, nel novembre del 2016.

Annuncio del lancio di The Pitchfork Review
The Pitchfork Review
Copertina della prima edizione di The Pitchfork Review

2.1 Pitchfork Music Festival

Sebbene i vari tentativi di Pitchfork di differenziare la sua offerta editoriale e di espandersi in altri settori dell’entertainment, differenti da quello musicale, non hanno avuto i risvolti sperati da Ryan Schreiber, al contrario il progetto di Pitchfork che ebbe un grande successo, soprattutto economico, fu l’idea dello stesso fondatore, di dare vita ad un festival musicale a “marchio Pitchfork”.

Pitchfork ebbe la sua prima esperienza di organizzatore di eventi musicali nel 2005, quando fu assunto da una società di promozione del settore, la Skyline Chicago, per curare l’Intonation Festival, un festival musicale che si è tenuto a Union Park, Chicago, nel 2005, 2006 e 2007. Sebbene questo non sia stato tecnicamente un vero e proprio “festival a marchio Pitchfork”, grazie al ruolo preminente dell’azienda di Schreiber nel concepire l’evento e per essere stato la prima edizione di una lunga serie nello stesso luogo, molti abitanti di Chicago e appassionati di musica considerano l’evento del 2005 a tutti gli effetti come il primo Pitchfork Music Festival.

Il festival musicale organizzato da Pitchfork Media si tiene ogni anno nel periodo estivo presso l’Union Park di Chicago, in Illinois. Il festival, che si svolge normalmente in tre giorni (venerdì, sabato e domenica) a luglio, si concentra principalmente su esponenti e gruppi del rock alternativo, rap e hip-hop, elettronica e musica dance, sebbene nel corso della sua storia abbia incluso nelle sue line-up anche spettacoli di hardcore punk, musica sperimentale, avant-garde rock e jazz.

Oltre alla musica, il Pitchfork Music Festival include anche bancarelle di street food, bevande, stand dedicati ai manifesti di concerti di venditori locali, regionali e nazionali.

Il festival ha ospitato molti grandi nomi della scena musicale contemporanea tra cui, Björk, LCD Soundsystem, Kendrick Lamar,  Tame Impala, Fleet Foxes, Ms. Lauryn Hill, A Tribe Called Quest, Solange, Beach House, Sufjan Stevens, Broken Social Scene, Wilco, Beck, Neutral Milk Hotel, Grimes, Belle & Sebastian, Vampire Weekend, Future Islands, Nicolas Jaar, Car Seat Headrest, ANDERSON .Paak & the Free Nationals, Brian Wilson, Chvrches, Giorgio Moroder, Schoolboy Q, Slowdive, St. Vincent, Neneh Cherry, Mac DeMarco, Savages, The Breeders, Solange, M.I.A. e molti altri.

Pitchfork Music Festival 2018
Locandina di lancio del Pitchfork Music Festival 2018

Dal 2011, la società con sede a Chicago ha espanso la sua attività nel settore della musica dal vivo dando vita ad un “fratello invernale” del festival di Chicago: il Pitchfork Music Festival Paris. L’evento si svolge presso La Grande halle de la Villette, nel cuore del parco La Villette di Parigi. Anche in questo caso il festival dura tre giorni e la programmazione mantiene un focus rivolto verso la scena musicale indipendente ed alternativa, con una particolare attenzione alla musica elettronica.

Un ulteriore esempio, legato alla musica dal vivo, che rende ancora più chiara quanto l’immagine di Pitchfork sia diventata negli anni una vera e propria istituzione nel mondo della musica in generale è legato al Primavera Sound Festival 2018.

Nell’edizione di quest’anno del Primavera Sound (uno dei festival musicali più importanti del mondo) era presente un palco interamente gestito da Pitchfork[1] e molti dei redattori del sito erano invitati come ospiti al festival.

Pitchfork Music Festival Paris 2018
Locandina del Pitchfork Music Festival Paris 2018

 

 

[1] The Best of Primavera Sound 2018, https://pitchfork.com/features/festival-report/the-best-of-primavera-sound-2018/

[1] Introducing The Pitchfork Review, https://pitchfork.com/news/52947-introducing-the-pitchfork-review/

[1] Pitchfork Launches Altered Zones, https://pitchfork.com/news/39381-pitchfork-launches-altered-zones/

[2] Pitchfork Announces Partnership With Kill Screen, https://pitchfork.com/news/42385-pitchfork-announces-partnership-with-kill-screen/

[3] Welcome to Nothing Major, https://pitchfork.com/news/49011-welcome-to-nothing-major/

[4] Introducing The Dissolve, A New Film Site, https://pitchfork.com/news/50949-introducing-the-dissolve-a-new-film-site/