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NOBODY’S FAULT BUT MINE (Ry Cooder, 2018)

Definire Ry Cooder un chitarrista blues è come definire Chesterton un autore di gialli: certo lo è stato, e fra i più grandi, ma è anche molto più di questo. Se dovessi definirlo in una parola direi che è un attento filologo musicale, sensibile alla bellezza della musica americana, ma non solo: nel corso della sua carriera ha spaziato dalle tradizioni texane alla cancion mexicana, dalle ballads della Louisiana al folk di origine francese e irlandese, dai suoni orientali fino al miracolo Buena Vista Social Club (il documentario diretto da Wim Wenders, che testimonia la realizzazione dell’album, è uno dei pochi film che mi hanno davvero commosso). Tre suoi lavori sono stati premiati con un Grammy e molto probabilmente col suo ultimo album, The Prodigal Son, vincerà il quarto (io glielo darei al volo).

 

 

A proposito della sua ultima fatica discografica, va detto che si tratta di un ritorno alle origini, al Delta Blues e ai quei musicisti sofferenti, eppure autenticamente religiosi, tanto che alcuni son diventati addirittura predicatori. L’esempio più clamoroso in tal senso è Blind Willie Johnson: bluesman accecato da bambino dalla matrigna che gli lanciò della soda caustica in faccia e che per tutta la vita predicò la parola salvifica del vangelo suonando agli angoli delle strade e nelle chiese. Sua è la prima versione di Nobody’s fault but mine: canzone presente nell’album e che invita l’uomo a pregare e a leggere la Bibbia, -strumenti che Dio ci ha offerto per salvare la nostra anima-, ricordandoci che, qualora non lo facessimo, la colpa sarebbe solo nostra.
Non deve stupire che vi sia una morale esplicita che attraversa queste canzoni, rendendole davvero anacronistiche rispetto alle canzonette pop di oggi: Ry Cooder torna allo spiritual, al folk autentico, al primo blues… alle radici, insomma, della tradizione musicale americana, che sono saldamente piantate nel fertile terreno della Parola di Dio.
Il titolo stesso dell’album, “Il figliol prodigo”, sta ad indicare il suo “ritorno a casa”, come un penitente in cerca di redenzione, attraverso un percorso espiatorio che può passare solo attraverso la musica e le parole di chi ha attraversato l’inferno e non ha perso la fede.

 E Ry Cooder è sempre stato un uomo alla ricerca di risposte autentiche alle sue domande profonde (lo si intuisce da come suona) e questa sete di verità l’ha portato ad incontrare moltissimi musicisti di fedi e culture diverse, tanto che cita, nella sua Nobody’s fault but mine, anche un certo Buddha, importante per lui, ma forse non molto filologica come scelta, ad essere pignoli…
In ogni caso la potenza di quest’ultima riarmonizzazione del brano di Johnson è strepitosa: viene creato un silenzio sporcato da un debole ronzio, che sottolinea ogni parola cantata, e ogni strofa viene separata dalla seguente da un arpeggio di chitarra essenziale, scarno. Questa scelta, lontana anni luce dalla cover “tempestosa” che i Led Zeppelin fecero della stessa canzone, mi ha colpito nel profondo, tanto che alla fine ho davvero ripreso in mano la Bibbia: ho ricompreso che la mia anima è qualcosa di importante, da salvare.

Questa “nuova” versione di Nobody’s fault but mine sembra provenire dal silenzio del cielo infinito, da un altro universo (come quello in cui ora risuona la voce di Blind Willie Johnson, incisa su un vinile d’oro e portata fra le galassie dalla sonda Voyager) o, meglio, da un’altra dimensione: quella dell’eternità, di cui tanto si parla per tutto l’album The Prodigal Son… con la speranza che non rimanga una “voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1,23).

Brian

Amo mangiare, bere, dormire e... Cosa mi distingue da un grosso orso? Pochi peli e l'amore per la musica. Genere preferito? Femminile, naturalmente! PS: sono marito, padre e professore, ma questa è un'altra storia...

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