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DOLCENERA (Fabrizio De Andrè, 1996)

Devo ringraziare il Kiser che con la sua playlist su De Andrè mi ha fatto riscoprire qualcosa che nella mia mente era andato perduto, schiacciato dalla carica apparente del rock’n’roll…

Quanto è triste la vita.

Ricordo quanto detto dallo stesso De André in un concerto a Treviglio (24/3/1997).

“Questo del protagonista di Dolcenera è un curioso tipo di solitudine. È la solitudine dell’innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l’oggetto del desiderio.

È una storia parallela: da una parte c’è l’alluvione che ha sommerso Genova nel ’70, dall’altra c’è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l’assenza, perché lei, in effetti, non arriva.

Questo tipo di sogno, purtroppo, è molto simile a quello del tiranno, che cerca di rimuovere ogni ostacolo che si oppone all’esercizio del proprio potere assoluto.”

Dato che quest’ultima frase è diventata pretesto per ridurre una canzone dai significati meravigliosi a una semplice lotta contro un ipotetico potere (la solita storia: proletari contro borghesi), non prenderò in considerazione questo aspetto.

Durante l’alluvione di Genova dell’ottobre 1970 si consuma un immaginario amore fra il protagonista e la moglie di questo ipotetico Anselmo.

Un coro che canta in genovese fa da sfondo alla vicenda. Si esprime con esclamazioni di stupore e allarme riferite alla pioggia:

“amìala ch’â l’aria, amìa cum’â l’è, cum’â l’è”

La voce solista descrive l’alluvione con una simbologia di sfortuna nera che non permette alla donna di raggiungere il protagonista.

La parte più importante della canzone, a mio avviso è quando dopo la tempesta che ha travolto in pieno i protagonisti, la gente riesce dalle barricate e si prende per mano, sa dà forza dopo la tragedia.

In ugual modo fanno i due amanti che avevano paura di perdersi e invece dal gesto di lei che affronta la traversata di Genova nonostante la pioggia per andare da lui, hanno la certezza di amarsi.

La canzone si conclude però, (in pieno stile De Andrè) con un’immagine terribile, lei sdraiata a terra, l’acqua la scopre piano piano, e le lascia i vestiti incollati al corpo bagnato e gelido.

 

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei
[parla chiaramente dell’acqua fangosa che vien giù dalla montagna]

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

Non è l’acqua che fa sbadigliare [quella melanconica e romantica dell’acquazzone che ci fa stare chiusi in casa ad aspettare dietro al vetro che finisca]
(ma) chiudere porte e finestre, chiudere porte e finestre

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n’á â nu n’á

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha
[in riferimento alla bara che passa: ormai tutto è distrutto e non ha cose da traslocare che sé stesso verso il cimitero]

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un’ora
e l’amore ha l’amore come solo argomento
e il tumulto del cielo ha sbagliato momento

acqua che non si aspetta, altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
‘n calabà ‘n calabà

Non è l’acqua di un colpo di pioggia
(ma) un gran casino un gran casino

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala come arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi
ha avuto in un giorno la certezza di aversi

acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

e la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza
così fu quell’amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

Samuele

Tecnico di regia radio/TV e fonico freelance. Ho iniziato a fare radio illegalmente nella cantina di casa, genio del suono e non solo. Mi piace mangiare male e fumare ancora peggio.

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